sabato 28 agosto 2021

Ungenach, di Thomas Bernhard (Adelhpi)

Qui di seguito, la mia recensione di Ungenach, di Thomas Bernhard (Adelphi), apparsa sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 25 agosto.

Alla morte del tutore, Robert torna dall’America e decide di disfarsi di Ungenach, un’immensa proprietà in Austria, disperdendola ai quattro venti attraverso una trentina di donazioni. Invece di recarsi al funerale, Robert studia le lettere e le carte lasciate dal fratello Karl, morto assassinato in Africa, e si intrattiene con il notaio Moro, in un incontro a metà fra il benevolo tono familiare e il noioso rigore professionale.

La trama del breve romanzo è tutta qui. Dal punto di vista strettamente narrativo, non c’è altro, perché Thomas Bernhard non ha mai amato le storie. “Io sono un distruttore di storie”, disse di sé una volta lo scrittore austriaco, nel descrivere le caratteristiche della sua opera letteraria.

Come Amras, come Stilfs, - altre ambientazioni tipiche di racconti bernhardiani - anche Ungenach è un “non luogo”, un’eredità familiare carica di simboli negativi, ricordi angosciosi, un focolaio di insuperabili nevrosi. Ungenach è descritta come “completamente deserta”, “un peso spaventoso e nient’altro”. In generale, dal dialogo fra Robert e il notaio emerge che la vita non è che “pura follia”, in cui “noi camminiamo per lunghi periodi senza testa”. Di conseguenza “tutto mira all’annientamento e tutto merita di essere annientato”: la stessa Ungenach in primo luogo.

Nella surreale conversazione – una messinscena perfetta del teatro dell’assurdo – il notaio continua a ripetere: “Ma torniamo ai fatti”, nel vano tentativo di interrompere il proprio soliloquio nevrotico e divagante. Apparentemente egli sembra rivolgersi a Robert, ma in realtà vaneggia, poiché “certi giorni diventiamo consapevoli dell’insopportabile, allora improvvisiamo, ci paralizziamo”, mentre le contraddizioni sono “un incesto perpetrato nel cervello”.

La cupio dissolvi di Robert è ovviamente stigmatizzata dall’uomo di legge, che giudica la donazione “un elemento rivoluzionario, cioè sconvolgente e distruttivo”: una ricchezza spropositata viene conferita a una pletora personaggi mediocri o infimi, alcuni dei quali detenuti nelle galere austriache. Nei romanzi di Bernhard, la natura è infame, l’uomo è un fantasma, l’esistenza è sempre qualcosa di estremo e il male di esistere è “una fatica da megalomani”. Noi percorriamo la vita portando sulle nostre spalle tutta una storia perversa.

“Sempre più intollerabile per noi è il mondo. – legge Robert nelle carte lasciate dal fratello Karl - Se sopportiamo l’intollerabile è per l’attitudine di ciascuno di noi a tormentarsi e a soffrire per tutta la vita”.

venerdì 16 luglio 2021

"Il vino dei morti", di Romain Gary (Neri Pozza)

Qui di seguito, la mia recensione del romanzo "Il vino dei morti", di Romain Gary (Neri Pozza, 187 pagine, 15 euro) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 14 luglio. 

Per tutti i lettori appassionati di Romain Gary, affezionati al percorso biografico di un autore sorprendente come pochi altri, questa sua opera prima è imperdibile: una nuova tessera del complesso mosaico letterario e umano del grande scrittore francese.

Il vino dei morti è un tipico romanzo d’esordio, rimasto inedito fino al 2014, che il giovane Romain scrisse nel 1937, a 23 anni, fra la modesta pensione di Nizza gestita dalla madre e la sua stanzetta parigina di studente universitario. Un frutto sicuramente acerbo, tuttavia già rivelatore di uno stile personalissimo e di uno straordinario talento. L’immaturità dell’aspirante scrittore è compensata da un vocabolario innovativo e ricchissimo, e soprattutto da un’esplosiva immaginazione.

Come una specie di Alice nel paese delle meraviglie, il protagonista Tulipe compie la sua surreale discesa agli inferi, nel sottosuolo di un cimitero. Lo sbalordito ma incuriosito visitatore si aggira timoroso in un’atmosfera macabra e grottesca, la cui aria è resa putrescente e nauseabonda da lamentosi cadaveri in decomposizione. I queruli morti viventi che affollano il romanzo sono poliziotti e prostitute, suore e lenoni, condomini litigiosi ed esattori implacabili. Vermi, topi e scarafaggi si aggirano nei teschi di personaggi stravaganti e bizzarri; come negli incubi, Tulipe inorridisce e fugge, inciampando però in altri personaggi ancora più stomachevoli e ripugnanti, senza riuscire a raggiungere l’uscita.

“Balzò, beccheggiò, si sparpagliò, si raggomitolò, sbavò, sbraitò, scoreggiò, andò a sbattere, vomitò, si toccò, urinò, si srotolò, si riarrotolò, si avviluppò, si contrasse, si mise un dito nell’occhio, nel buco del culo, in bocca, puzzò di merda, di urina, di capra, di latte materno”.

Il vino dei morti è il romanzo enologico della corruzione dei corpi – scrive Riccardo Fedriga nella postfazione - morti viventi che vanno alla ricerca dei loro personaggi vivi (…) morti che paiono gli inquilini bislacchi di un cimitero simile a una casa popolare di Belleville, come quella in cui vive Madame Rosa nella Vita davanti a sé.

“Tutto Ajar è già in Tulipe”, lascerà infatti scritto Gary nelle carte reperite dopo il suicidio, nel 1980, in cui rivelerà il segreto del suo pseudonimo. Come a significare che l’intero percorso era già tutto in nuce nel libro d’esordio.

“…cresceva in lui come un bell’autodafé nel quale si bruciava la miseria, la desolazione, gli sbirri, i rimorsi, l’angoscia e tutte le altre larve e vermi di quell’ignobile piccola puttana sempre più lercia e fetida che chiamiamo anima umana”.

 

lunedì 21 giugno 2021

I rivoluzionari marginalisti, di Janek Wasserman (Neri Pozza)

Qui di seguito, la mia recensione di "I rivoluzionari marginalisti", di Janek Wasserman (Neri Pozza) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di mercoledì scorso. 

Non sono il capitale e il lavoro a definire il valore di una merce, quanto piuttosto le preferenze di utilità soggettiva del singolo consumatore. La “rivoluzione marginalista” ha un precursore in Carl Menger, nei primi anni ’70 del diciannovesimo secolo. Dopo di lui, saranno soprattutto Böhm-Bawerk e Wieser a completare il rovesciamento di prospettiva, destinato a cambiare radicalmente il corso del pensiero economico del Novecento. Nasce così la celebre Scuola austriaca, una concentrazione di economisti di straordinario valore, che non a caso emerge a Vienna prima del conflitto mondiale, insieme alla musica di Mahler, all’arte di Klimt, alla filosofia di Wittgenstein, al sionismo di Herzl e alla psicoanalisi di Sigmund Freud.

Nelle aule universitarie e nei caffè del Ring si forma quella élite che vanta i suoi nomi più noti in Ludwig Mises, Friedrich Hayek e Joseph Schumpeter, assieme a vari altri. Mises in particolare si scaglia con veemenza contro il calcolo economico socialista. Quando arriva la Grande Depressione, gli austriaci non si spostano di un passo. “Bisogna lasciare che l’economia si stabilizzi da sola”.

Con l’avvento del nazismo, gli austrici sono costretti a emigrare negli Stati Uniti. Qui avviene la svolta: “La via della servitù” di Hayek conosce un grande successo di vendite e una popolarità di massa. Dopo la guerra, l’autore tenta invano di riportare la scuola in Europa con la celebre Mont Pelerin Society. Mises abbandona il gruppo urlando “Siete tutti un branco di socialisti!”. In America, proprio il dogmatismo di Mises viene utilizzato da Rothbard e altri, per spostare la Scuola austriaca su posizioni politiche ultraconservatrici.

In realtà Hayek è più moderato di Mises, e più vicino al pensiero politico di Karl Popper: “Haberler e Rothbard smerciano idee di seconda mano - si lamenta - Sebbene sia spesso chiamata ‘conservatrice’, la posizione che ho tentato di definire è molto diversa da quella a cui tradizionalmente questo appellativo viene riferito”.

Nel ’74 Hayek vince il Nobel per l’economia e le sue idee trionfano. Nel 2010, “La via della servitù” conosce un nuovo picco di vendite, oltre centomila copie, e accompagna la nascita del Tea Party. Come sia stato possibile che le idee liberali della Scuola austriaca, siano finite ad appannaggio dell’estrema destra suprematista, è un mistero che il libro di Wasserman non riesce a chiarire. “Le attuali riproposizioni lascerebbero probabilmente sconcertati i cosmopoliti liberali della scuola originaria”.

venerdì 21 maggio 2021

Lettere a Hans Rosenkranz, di Stefan Zweig (Giuntina)

Qui di seguito, la mia recensione di "Lettere a Hans Rosenkranz", di Stefan Zweig (Giuntina) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 19 maggio.

Ha appena 16 anni Hans Rosenkranz, nel 1921, quando decide di rivolgersi per lettera a Stefan Zweig. Il giovane ebreo tedesco, nato a Könisberg, ha già rivelato un notevole talento letterario e sogna di diventare scrittore. Perciò chiede consiglio a Zweig, che all’epoca ha 40 anni ed è già noto in tutta Europa. Nasce così una corrispondenza che dura dodici anni: 16 lettere e 5 cartoline inedite, riemerse nel 2016 da una cassetta di sicurezza in Israele.

In quel periodo Zweig vive isolato nel suo eremo di Salisburgo, lontano dalla natìa Vienna e dall’amatissima Parigi. Il grande scrittore risponde subito al giovane ambizioso. Gli dedica attenzione, è prodigo di consigli, si impegna ad aiutarlo.

“…e mi permetto di dirvi, senza esagerazione, che mi sento sicuro del vostro futuro intellettuale (…) raramente ho potuto avere tanta fiducia in un giovane, come con voi”.

In tutte le lettere successive, Zweig si attiva a più riprese, con grande generosità e nel più assoluto disinteresse personale:

“Allego due banconote, da cambiare in franchi: con esse, bevete alla mia salute in un buon ristorante, fate qualcosa di parimenti buono per me con una graziosa francese, e visitate una mattina la cattedrale di Chartres. Il denaro ha proprio solo un senso, quello di rendere felici gli altri”.

Gli appassionati di Zweig noteranno che proprio in quegli anni egli scrive alcuni dei suoi capolavori, fra cui Amok e Sovvertimento dei sensi. Dalle lettere emergono la grande curiosità intellettuale, l’interesse a discutere di ebraismo e sionismo, l’aspirazione alla pace e alla fratellanza fra i popoli: “Non vi è nulla che io detesti al pari dell’auto-deificarsi dei popoli e del loro rifiuto di considerare la varietà delle forme di popolo e dei tipi umani come bellezza dell’essere”.

Zweig suggerisce al giovane Rosenkranz di studiare le lingue, di impegnarsi nel mercato editoriale, di viaggiare. “Chissà, forse la Germania e l’Europa diventeranno così cupe che lo spirito libero non potrà più respirarvi”.

Lo scambio dura fino al fatidico 1933. A quel punto i due si perdono di vista e non si rivedranno mai più. Rosenkranz si mette in salvo emigrando in Palestina, diventerà un ufficiale della Brigata ebraica e poi, dopo la nascita di Israele, assumerà il nome di Chai Ataron.

Come è noto, nel 1942 Zweig muore suicida con la moglie a Persepolis (Brasile) dopo avere scritto Il mondo di ieri. Per coincidenza amara e bizzarra, anche Rosenkranz si toglie la vita nel 1956, appena cinquantenne, per motivi mai chiariti.

mercoledì 5 maggio 2021

Le mie contestazioni al libro "Culture antisemite"

La presentazione a Radio Radicale del libro "Culture antisemite - Italia ed Europa dalle leggi antiebraiche ai razzismi di oggi", a cura di Annalisa Cegna e Filippo Focardi (Edizioni Viella) Ho contestato piuttosto duramente l'impostazione e le tesi contenute in questo volume. Chi avrà la pazienza di ascoltare, troverà qui esposte con un certo "vigore" le mie ragioni. Grazie all'amico Giuseppe Di Leo per avere organizzato questo dibattito, e per avermi coinvolto.

https://www.radioradicale.it/scheda/634098/presentazione-del-libro-culture-antisemite-italia-ed-europa-dalle-leggi-antiebraiche


giovedì 29 aprile 2021

"L'Armenia perduta", di Aldo Ferrari

Qui di seguito, la mia recensione di "L'Armenia perduta", di Aldo Ferrari (Salerno Editrice) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di sabato 24 aprile, nella ricorrenza del genocidio del popolo armeno.

Nel tentativo di opporsi alla cancellazione di ogni residua memoria dell’esistenza degli armeni, Aldo Ferrari intraprende un lungo viaggio nei luoghi dell’Armenia storica, cioè nei territori orientali della penisola anatolica: montagne, valli e città dai quali uno dei popoli più antichi della terra è stato spazzato via brutalmente, in un genocidio prima sanguinario poi culturale.

“Numerosissime testimonianze archeologiche, architettoniche e artistiche di una presenza quasi trimillenaria sono state impietosamente distrutte, destinate ad altri usi (moschee, musei, prigioni eccetera) oppure salvaguardate, ma tacendone l’origine armena - scrive Ferrari - Secondo dati Unesco del 1974, dei 914 monumenti storici armeni sopravvissuti al genocidio, 464 sono stati completamente distrutti, 253 sono in rovina e 197 richiedono urgenti opere di restauro. Oggi, fatta eccezione per la città di Istanbul, in Turchia esistono 6 chiese armene ancora in funzione, nessun monastero e nessuna scuola”.

L’autore, docente di lingua e letteratura armena a Ca’ Foscari, focalizza in cinque capitoli il suo percorso ricostruttivo, dedicati a cinque luoghi-simbolo di una storia antichissima.

Il primo capitolo è dedicato al monte Ararat (oggi in Turchia) da sempre sacro agli armeni, sul quale, - è scritto nella Bibbia - si arenò l’Arca di Noè al termine del diluvio universale. Il secondo capitolo racconta dell’epica battaglia perduta di Avarayr. Il 2 giugno del 451 d.C. gli armeni furono sconfitti dai Persiani, che volevano convertirli allo zoroastrismo, tuttavia trent’anni più tardi ottennero la libertà di culto: un episodio decisivo, nella costruzione e conservazione di un’autocoscienza nazionale.

Il terzo capitolo è incentrato sulla città di Van, e sul suo grande, bellissimo lago con l’incantevole isola di Akhtamar. Qui, nell’aprile/maggio del 1915, ebbe luogo un disperato tentativo di resistenza armena allo sterminio (episodio meno noto, rispetto al più celebre di Moussa Dagh) fino all’arrivo delle truppe russe. Gli ultimi due capitoli sono dedicati alle antiche capitali di Ani, che segnò il ritorno all’indipendenza degli armeni nel corso del medioevo, e Kars, quest’ultima descritta nel celebre romanzo “Neve”, di Orhan Pamuk.

E’ stato per precisa scelta e responsabilità delle potenze europee, soprattutto di britannici e tedeschi, osserva Ferrari, se la Russia non ha potuto liberare l’Armenia dal dominio turco, nel corso dell’800. L’impero ottomano uscirà poi sconfitto nel primo conflitto mondiale, ma per gli armeni sarà troppo tardi. I paesi vincitori li lasceranno alla merce degli sterminatori, la Russia sovietica non faticherà ad accordarsi con Ataturk per la definitiva spartizione. La sistematica eliminazione di ogni traccia dell’esistenza degli armeni è stata “scientifica e accuratissima”, osserva amaramente Antonia Arslan nella prefazione; di conseguenza, “la terra che fu loro è perduta per sempre”.

giovedì 22 aprile 2021

"Il guardiano", di Peter Terrin (Iperborea)

Qui di seguito, la mia recensione di Il guardiano, di Peter Terrin (Iperborea) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 21 aprile.

Harry e Michel sono due guardie armate. Vivono alla luce del neon, nel seminterrato di un grattacielo di lusso, sorvegliando ossessivamente il cancello di ingresso e assolvendo il loro compito quotidiano con gesti ripetitivi e monotoni. Possono spiare il mondo esterno solo attraverso una sottile fessura nel muro, che odora di metallo e cemento. Annusano l’aria, come i cani da guardia.

All’improvviso, gli abitanti del condominio fuggono dal palazzo - tutti tranne uno. Cosa sia successo, non è dato di sapere: una violenta sommossa, un virus, un’eco-catastrofe? I due hanno la sensazione che l’Organizzazione li abbia abbandonati al loro destino. O forse li sta mettendo alla prova?

Peter Terrin, autore olandese di varie opere teatrali, propone un romanzo apertamente ispirato al teatro dell’assurdo. Per l’atmosfera claustrofobica e l’attesa snervante, “Il guardiano” ricorda in particolare “Il calapranzi”, di Harold Pinter.

“Quando io e Harry ci parliamo è come se recitassimo in una piéce in teatro (…) Due sottomarini nelle profondità oceaniche che individuano la reciproca presenza usando l’ecoscandaglio”.

Ogni giorno, Michel conta e riconta nevroticamente le scatole delle pallottole in dotazione, e le pallottole in ciascuna scatola. Poi entrambi scaricano le pistole e ricontano le quindici cartucce a testa a disposizione. Poiché nessuno ha tirato un colpo, il totale della scorta di magazzino è sempre lo stesso, “più trenta”.

Dei due, Harry è il capo, esaltato e fanatico. Viceversa Michel, l’io narrante, è passivo e remissivo, succube del brusco collega. Harry è autoritario e impositivo, Michel ordinato e metodico, fissato su dettagli insignificanti e turbato dagli incubi. “Ho bisogno di tenere il mio ambiente ordinato, sgombro, in modo che i miei pensieri riescano a trovare un luogo sereno in cui distendersi e riposarsi”.

Ogni settimana, i due colleghi accolgono il furgone dei rifornimenti con le pistole spianate, appostati ai lati del cancello, in un crescendo assurdo e paranoico destinato a un epilogo inevitabilmente fuori controllo.

“Succederà prima o poi che io e Harry saremo assediati da mute di disperati, mutilati in modo ripugnante, che porteranno il loro attacco lentamente e con pazienza disumana, grattando il cemento per mesi con cacciaviti e coltellini finché la scanalatura cederà e, unendo le loro forze, riusciranno a spostare quanto basta il cancello? Riusciremo a mantenerci sani di mente fino a quel momento, e a sparare solo quando avremo il nemico davanti?”.