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venerdì 24 gennaio 2025

"Tempesta", sette racconti di Romain Gary

 Qui di seguito, la mia recensione di "Tempesta" (Neri Pozza) sette racconti di Romain Gary inediti per il pubblico italiano. L'articolo è stato pubblicato su Il Foglio di mercoledì 22 gennaio.

“Ero stato tante cose nella mia vita, console generale di Francia, killer professionista, un povero sceneggiatore, ma avevo anche pubblicato sotto pseudonimo un libro sulle tecniche di guerriglia, che era stato ritrovato nello zaino di Che Guevara. Ne sapevano molto i brigatisti internazionali che avevano operato in Spagna. E nel 1941, in un campo dell’Africa equatoriale francese, avevo insegnato il combattimento corpo a corpo all’élite della Legione straniera”.

Sono tutti di impronta schiettamente autobiografica questi sette racconti di Romain Gary, inediti per il pubblico italiano. Una chicca imperdibile, per gli amanti di uno degli scrittori più brillanti del Novecento francese, dalla vita avventurosa e glamour come pochi altri. Una raccolta eterogenea, priva di un fio conduttore, che attraversa le varie fasi della turbolenta vita dell’autore.

All’ultimo respiro, ad esempio, appartiene tipicamente al periodo “americano” di Gary, quello in cui era console a Los Angeles, era sposato con Jean Seberg e frequentava i divi di Hollywood che si stracciavano le vesti per la liberazione dei neri. Un ambiente piuttosto ingenuo, agli occhi disincantati e ironici dello scrittore.

“Quel cazzo di un negro di merda viene a dirmi che non può assolutamente avere un autista nero, che ‘sta storia lede la sua dignità e pure la mia. Dice che tutti i negri che girano per Beverly Hills con la loro Rolls Royce guidata da un autista nero si sentono come se avessero reso schiavo un loro fratello di colore. Pensa ai bianchi, che vedono un autista nero aprire la portiera dell’auto, con il berretto in mano, per fare uscire il loro datore di lavoro nero. Viene da ridere. (…) Dice che mi raccomanderà a degli amici bianchi che cercano un autista. Ma io come cazzo faccio, dopo cinque anni alla guida di una Silver Cloud, a guidare una Cadillac di merda. Lui se ne sta lì, a riempirsi la bocca con ‘ste storie di dignità, e poi, con un calcio in culo, ti fa passare da una Rolls da quarantamila dollari a una Cadillac del cazzo”. Questo racconto servirà poi da spunto per il finale di Biglietto scaduto (1975).

E’ invece ambientato in un’isola tropicale Tempesta, che apre e dà il titolo al volume, un tentativo giovanile pubblicato su Gringoire nel 1935.

Il racconto più strutturato, Il greco (60 pagine) ha per teatro un’isola delle Cicladi all’epoca della dittatura dei colonnelli, e riporta il lettore agli splendidi romanzi “resistenziali” di Gary: Educazione europea e soprattutto Gli aquiloni. Curiosamente, questo testo fu scritto da Gary in lingua inglese, a conferma della vivace poliedricità di uno scrittore dai tanti pseudonimi, per altrettanti e sorprendenti generi letterari.

 

venerdì 17 maggio 2024

Appuntamento a Kronstadt, di Edgar Reichmann (Atlantide)

Qui di seguito, la mia recensione di Appuntamento a Kronstadt, di Edgar Reichmann (Edizioni Atlantide) apparsa sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 15 maggio. 

La Kronstadt di cui si parla qui è la città romena di Brasov - Kronstadt sotto gli Asburgo - nella Romania transcarpatica ai confini con l’Ungheria. Per alcuni anni, dopo la seconda guerra mondiale, assumerà il nome sinistro di “Città di Stalin”. Apparso con successo in Francia nel 1984, Appuntamento a Kronstadt è ora pubblicato per la prima volta in Italia.

Arnim Stern si reca in Spagna a trovare il vecchio amico Ariel: entrambi sono ebrei romeni in esilio. Arnim è un intellettuale fragile, tormentato da incubi e allucinazioni che lo accompagnano da sempre. Ariel, ai tempi di Brasov/Kronstadt, era invece un ebreo povero e suo compagno di giochi nell’adolescenza; di volta in volta è stato amico del cuore, rivale in amore, comunista al potere, infine “amico ritrovato” ma sempre ambiguo e sfuggente.

L’autore adotta una tecnica narrativa particolare: rimbalza di continuo dalla prima alla terza persona. Ne risulta un romanzo dal ritmo sincopato, dall’atmosfera sospesa, sempre in bilico fra il mondo reale e le orribili visioni oniriche del protagonista.

In attesa di incontrare Ariel, stranamente assente da casa, Arnim ricorda la Kronstadt della guerra, una sorta di terra di mezzo fra occupanti tedeschi e notabili locali, fino ai bombardamenti e alle più immani tragedie. L’avvento al potere dei comunisti comporta nuove angosce, un regime oppressivo cui Arnim riesce a sottrarsi per un soffio, proprio grazie all’intervento di Ariel.

“Avevo appreso che il porto marittimo di Costanza era chiuso agli emigranti in partenza per Haifa. Le autorità temevano il malcontento di coloro che restavano, perché la collera popolare avrebbe potuto esplodere di fronte allo spettacolo degli ebrei che lasciavano in massa il paese”.

Dopo un breve tentativo di stabilirsi in Israele, Arnim si trasferisce a Parigi, dove conduce un’esistenza da esiliato, senza tuttavia riuscire a sottrarsi alla violenza sotterranea della Guerra fredda. L’intellettuale ebreo sradicato ed errante fatica a distinguere fra le proprie allucinazioni e una realtà anch’essa minacciosa. Infine decide di cercare riparo dall’amico, che ora è ricco e vive in Galizia.

“Perché quello che più mi ossessiona al di là dell’erranza, lo porto nascosto nel profondo senza averne chiara coscienza: un desiderio sessuale di morte, un’inconfessabile ricerca che mi conduca alla certezza della reversibilità di questo viaggio senza ritorno. Più che il bisogno del radicamento, ciò che mi tormenta è la nostalgia di un’origine perduta ancora prima della più antica delle Storie”. Illuminante una citazione di Edmond Jabès: ieri è oblio, domani è silenzio.

giovedì 12 maggio 2022

L'amico armeno, di Andrei Makine

Qui di seguito, la mia recensione di "L'amico armeno", di Andrei Makine (La nave di Teseo) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di ieri.

“Lasciammo il cubo. Fuori, un sole basso e rosso ci accecò. Prima di scendere la scarpata coperta di rovi e di fili spinati, Sarven commentò con tristezza: Sai, da noi c’è un proverbio che dice: ‘Provando vergogna per ciò che vede durante il giorno, il sole tramonta arrossendo’. Sarebbe bene che gli uomini facessero altrettanto”.

In un’epoca in cui la letteratura è investita da un generale processo di standardizzazione, è doveroso riconoscere e segnalare i rari libri di alta qualità, capaci di lasciare un segno e di suscitare un’emozione autentica nell’animo del lettore. A questa gamma appartiene L’amico armeno, romanzo breve, intenso e toccante di Andreï Makine, scrittore nato nel ’57 in Siberia e naturalizzato francese, membro dell’Académie Française dal 2016.

Il romanzo – ispirato a un episodio dell’adolescenza dell’autore - è ambientato a Irkutsk, sulle rive del fiume Ienissei, in epoca tardo-sovietica. Qui, in un ambiente ostile e oppressivo, vive un piccolo gruppo di armeni, appena una decina, fra cui il giovane Vardan, il protagonista del libro, coetaneo dell’io narrante. Fra i due ragazzi si stabilisce un’amicizia strana, un rapporto sbilanciato, dominato dalla personalità enigmatica e introversa dell’armeno, che affascina l’amico con osservazioni spiazzanti e comportamenti imprevedibili. Assai più di un compagno di scuola, Vardan si rivela un maestro e una guida, nella vita squallida e livida della provincia siberiana.

Accanto a Vardan, spiccano altre figure della piccola comunità armena, in particolare due donne, la madre e la sorella del ragazzo. Quest’ultima ogni giorno si reca in carcere a trovare il marito, detenuto con un gruppo di indipendentisti armeni, in attesa di un processo politico il cui esito angoscia la piccola e dignitosa comunità.

Da Vardan il giovane narratore viene a conoscenza degli orrori e dello sterminio patiti dal popolo armeno. “Loro non hanno avuto l’aiuto di alcun dio. Nessuna divinità che abbia lanciato un grido. No, nessuno. Come se l’intero universo avesse taciuto”.

Vardan è segnato da una malattia rara, ma a scuola persino i bulli si abituano a non tormentarlo; l’armeno, piccolo e malaticcio, sorprende coetanei e insegnanti con una sensibilità superiore, un’irriducibile diversità e per la capacità di interpretare l’esistente sempre da un punto di vista eccentrico.

“Così, i folli e i poeti sfuggono talvolta alla rete di questa esistenza comune, legittimata dalle nostre abitudini, dalle nostre paure, dalla nostra incapacità di amare”.

 

venerdì 16 luglio 2021

"Il vino dei morti", di Romain Gary (Neri Pozza)

Qui di seguito, la mia recensione del romanzo "Il vino dei morti", di Romain Gary (Neri Pozza, 187 pagine, 15 euro) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 14 luglio. 

Per tutti i lettori appassionati di Romain Gary, affezionati al percorso biografico di un autore sorprendente come pochi altri, questa sua opera prima è imperdibile: una nuova tessera del complesso mosaico letterario e umano del grande scrittore francese.

Il vino dei morti è un tipico romanzo d’esordio, rimasto inedito fino al 2014, che il giovane Romain scrisse nel 1937, a 23 anni, fra la modesta pensione di Nizza gestita dalla madre e la sua stanzetta parigina di studente universitario. Un frutto sicuramente acerbo, tuttavia già rivelatore di uno stile personalissimo e di uno straordinario talento. L’immaturità dell’aspirante scrittore è compensata da un vocabolario innovativo e ricchissimo, e soprattutto da un’esplosiva immaginazione.

Come una specie di Alice nel paese delle meraviglie, il protagonista Tulipe compie la sua surreale discesa agli inferi, nel sottosuolo di un cimitero. Lo sbalordito ma incuriosito visitatore si aggira timoroso in un’atmosfera macabra e grottesca, la cui aria è resa putrescente e nauseabonda da lamentosi cadaveri in decomposizione. I queruli morti viventi che affollano il romanzo sono poliziotti e prostitute, suore e lenoni, condomini litigiosi ed esattori implacabili. Vermi, topi e scarafaggi si aggirano nei teschi di personaggi stravaganti e bizzarri; come negli incubi, Tulipe inorridisce e fugge, inciampando però in altri personaggi ancora più stomachevoli e ripugnanti, senza riuscire a raggiungere l’uscita.

“Balzò, beccheggiò, si sparpagliò, si raggomitolò, sbavò, sbraitò, scoreggiò, andò a sbattere, vomitò, si toccò, urinò, si srotolò, si riarrotolò, si avviluppò, si contrasse, si mise un dito nell’occhio, nel buco del culo, in bocca, puzzò di merda, di urina, di capra, di latte materno”.

Il vino dei morti è il romanzo enologico della corruzione dei corpi – scrive Riccardo Fedriga nella postfazione - morti viventi che vanno alla ricerca dei loro personaggi vivi (…) morti che paiono gli inquilini bislacchi di un cimitero simile a una casa popolare di Belleville, come quella in cui vive Madame Rosa nella Vita davanti a sé.

“Tutto Ajar è già in Tulipe”, lascerà infatti scritto Gary nelle carte reperite dopo il suicidio, nel 1980, in cui rivelerà il segreto del suo pseudonimo. Come a significare che l’intero percorso era già tutto in nuce nel libro d’esordio.

“…cresceva in lui come un bell’autodafé nel quale si bruciava la miseria, la desolazione, gli sbirri, i rimorsi, l’angoscia e tutte le altre larve e vermi di quell’ignobile piccola puttana sempre più lercia e fetida che chiamiamo anima umana”.

 

mercoledì 9 settembre 2020

"Addio Gary Cooper", di Romain Gary (Neri Pozza)

Qui di seguito, la mia recensione di "Addio Gary Cooper", di Romain Gary (Neri Pozza) pubblicata su Il Foglio del 22 agosto scorso. L'articolo non appare nell'edizione on line del quotidiano.

 Prosegue, da parte di Neri Pozza, la meritoria ripubblicazione dell’opera omnia di Romain Gary, uno degli scrittori francesi più interessanti e originali della seconda metà del Novecento.

“Addio Gary Cooper” è stato scritto fra il ’63 e il ’68, avverte l’autore, appartiene dunque al cosiddetto “periodo americano” di Gary, che fu – fra molte altre cose – anche console generale di Francia a Los Angeles, e che propone in questa occasione un romanzo per molti versi ispirato a Kerouac.

“Vuoi che te lo dica, Lenny? Gary Cooper è finito. Finito per sempre. Finita la storia dell’americano tranquillo, sicuro di sé e dei propri diritti, che è contro i cattivi e sempre per la giusta causa, che fa trionfare la giustizia e alla fine vince sempre. Addio, America delle certezze. Adesso c’è il Vietnam, le università che esplodono, i ghetti per i neri. Ciao, Gary Cooper”.

Un gruppo di giovani sciatori vive isolato in un impervio chalet sulle Alpi, chi per sfuggire ai tormenti esistenziali, chi per sottrarsi – è il caso di Lenny, il protagonista americano – alla guerra del Vietnam. I personaggi sono permeati da un infantilismo ribelle, a metà strada fra James Dean e Peter Pan. Sono cervellotici, lunatici, nevrotici, idealisti con un lessico tipico degli anni Sessanta. Alcuni sono artistoidi falliti e marginali, altri figli di papà che rifiutano i privilegi della società del benessere. Spesso danno vita a dialoghi impossibili.

“In questo periodo stanno inventando una nuova classe sociale: la gioventù. A che scopo? Per introdurre un diversivo nella vera lotta di classe, l’unica e sola. Stanno inventando una classe sociale della gioventù, all’interno della quale la borghesia e il proletariato dovrebbero solidarizzare. Un modo per neutralizzarci, insomma”.

Dopo una lunga ambientazione di sessanta pagine, il romanzo ha una svolta. Lenny scende dalla montagna e si stabilisce a Ginevra, in cerca di quattrini. Qui conosce la dolce e bellissima Jess e il libro assume le caratteristiche tipiche di una storia d’amore, dai contorni però molto enigmatici e inquietanti. La giovane coppia entra in contatto con la malavita organizzata e scherza con il fuoco, fino a farsi coinvolgere in un oscuro traffico di denaro sporco: un gioco troppo grande e pericoloso, per due giovani innamorati e apparentemente molto ingenui.

“Lui tirò un sospiro di sollievo. – Oh, per un momento ho avuto paura. - Che cos’ha contro la psicologia? - Niente… Ma quando sento odore di psicologia, cambio strada, tutto qui”.

Fortunatamente per loro, Gary è un grande romanziere, infinitamente più intelligente e scaltro dei suoi personaggi, e riuscirà a sorprendere il lettore con un finale mozzafiato e pieno di verve, in perfetto stile Grand Guignol.


sabato 9 maggio 2020

Céline: grande scrittore, uomo spregevole


Ho finalmente letto Viaggio al termine della notte, un grande romanzo, uno dei più innovativi della letteratura francese del ‘900. Penso che solo un essere spregevole, come in effetti fu Céline, potesse arrivare a descrivere così bene quell’umanità sordida e meschina, immersa in “una miseria morale che è ancora peggiore di quella materiale”, come è stato scritto. Ci riesce, perché anche lui è così. Il protagonista del Viaggio (1932) schiettamente autobiografico, è appena meno colpevole degli altri personaggi, ma è complice dei loro misfatti, esattamente come Céline sarà complice, in seguito, degli occupanti nazisti e dello sterminio degli ebrei francesi, attraverso i suoi famigerati e odiosi tre pamphlet antisemiti. Alla Liberazione, Céline scappa in Germania, poi in Danimarca, dove si nasconde finché non viene stanato, processato e condannato a un anno di carcere. Tornerà in Francia solo nel 1951, amnistiato, e vivrà in povertà e solitudine fino alla morte nel 1961. Ha scritto altri libri, che ora mi attraggono molto: li cercherò, li leggerò. Céline è sicuramente uno scrittore di straordinario talento, ma il giudizio sulla qualità morale dell’uomo non può cambiare. Alcuni, fra cui Camus e Gallimard, hanno cercato di essere indulgenti, lui stesso in alcune interviste tenta di giustificarsi, presentandosi come un misantropo, un personaggio dolente e bizzarro, un anarchico. No, non scherziamo: nessuno sconto è possibile. Le parole di disprezzo e di odio, l’incitamento alla delazione e allo sterminio degli ebrei francesi sono colpe che non si possono emendare.

venerdì 14 giugno 2019

"Una merce molto pregiata", di Jean-Claude Grumberg


(...) Il romanzo è ispirato a un episodio della Shoah realmente accaduto, sul quale si è indagato a lungo. Una famiglia con un neonato è deportata in un vagone piombato, il  destino della creatura appare segnato. Approfittando di un rallentamento del treno, il piccolo fagotto viene fatto passare da una finestrella e lasciato cadere nella neve lungo la ferrovia. Meglio affidarlo al caso, che a una morte certa. Una contadina intravista di passaggio forse lo raccoglierà, forse avrà pietà di lui. Forse, potrà vivere. (...)
“Il treno sbuffa e avanza. Ma stavolta, passando, le risponde (...) Dapprima  è spuntata dalla stretta finestrella un lembo di stoffa, brandito da una mano, una mano umana o divina, che lo lascia di colpo, e la stoffa va a depositare il suo fardello nella neve (...) La povera boscaiola si precipita sul fagottino poi avidamente, febbrilmente, scioglie i nodi come se scartasse un regalo misterioso. A quel punto appare, che meraviglia!, l’oggetto, quell’oggetto che desiderava da tanti giorni, l’oggetto dei suoi sogni”. (...)
Quell’esserino deve vivere. Occorre nutrirlo, fargli trangugiare qualcosa. Occorre procurarsi del latte, anche a costo di addentrarsi nei luoghi più reconditi e pericolosi.
“In breve, ha raggiunto quella parte del bosco dove nessuno si avventura senza tremare nè rimettere l’anima a Dio. Ai margini trova il buio perenne che regna in quella parte del bosco. Spia all’interno. L’uomo è lì? La sta vedendo? E la capra? La capra è ancora al mondo? Dà ancora latte?”.

A questo link, la recensione completa di "Una merce molto pregiata", di Jean-Claude Grumberg (Edizioni Guanda) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 12 giugno.


venerdì 10 maggio 2019

"Pseudo", di Romain Gary


Nel 1976, al netto di ogni successivo retroscena, “Pseudo” appare alla critica come un libro un po’ troppo originale, forse persino strambo. Emile Ajar, misterioso pseudonimo, in precedenza ha già dato alla luce due romanzi, “Mio caro pitone” e “La vita davanti a sé”, quest’ultimo coronato da grande successo e vincitore del Premio Goncourt l’anno prima. Successivamente, dietro allo pseudonimo di Ajar si palesa un giovane sconosciuto, Paul Pavlowitch, scrittore nevroticissimo ma promettente. Piccola curiosità, Pavlowitch è figlio di una cugina di Romain Gary, vecchia gloria della letteratura francese, avviato a un malinconico tramonto. (...)
Per sottolineare il suo sofisticato doppio gioco, Gary avrebbe voluto intitolare il romanzo “Pseudo pseudo”, ma questo si verrà a sapere solo dopo il suicidio, nel 1980, quando fra le sue carte verrà ritrovato il sarcastico “Vita e morte di Emile Ajar”, in cui egli racconterà tutti i trucchi del mestiere. Per chi ama Gary, per chi ha seguito il suo straordinario percorso letterario ed esistenziale, Pseudo è un libro autoironico, leggiadro, imperdibile.
A questo link, la recensione integrale di "Pseudo" (Neri Pozza) pubblicata sul quotidiano il Foglio di mercoledì 8 maggio.
https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2019/05/08/news/pseudo-253469/

venerdì 1 febbraio 2019

"Serotonina", di Michel Houellebecq


Se la buona letteratura è quella che riesce a esprimere lo “spirito del tempo”, senza dubbio Michel Houllebecq deve essere considerato un grande scrittore. Come ha notato Pierluigi Battista, Houelleebcq è particolarmente “fortunato” nel riuscire a pubblicare i suoi romanzi in concomitanza con eclatanti episodi di cronaca, sorprendentemente correlati ai fatti e personaggi narrati. (...)
Florent è un uomo maturo e depresso, schiacciato – prima ancora che dai fallimenti esistenziali e sentimentali – dal suo stesso, cupo cinismo. Il tono dell’io narrante è amaro e sarcastico, un distillato di solitudine e sofferenza che scorre ininterrotto e che non risparmia nulla e nessuno, spietato con il pensiero conformista ma soprattutto con se stesso. Il protagonista un poco alla volta si arrende all’angoscia e si lascia andare in una depressione senza scampo. Grande è l’inquietudine che Houellebecq riesce a trasmettere al lettore. (...)
Come sempre nei romanzi di Houellebecq, il sesso occupa un ruolo centrale. Il racconto del passato amoroso del protagonista, narrato in una prosa disturbante e pornografica, pesante e scurrile, costituisce forse la parte più debole del romanzo, in cui l’autore riesce meno efficace rispetto a opere precedenti. (...)
Dopo la rappresentazione di uno scontro sociale sanguinoso e assurdo, il romanzo scivola verso l’inevitabile epilogo, perché “Parigi, come tutte le città, era fatta per produrre solitudine” e noi “abbiamo forse ceduto a illusioni di libertà individuale”.

A questo link, la mia recensione completa di "Serotonina" di Michel Houellebecq (La Nave di Teseo) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 30 gennaio.



domenica 16 settembre 2018

"Addio Gary Cooper", di Romain Gary

7) Questa estate in vacanza ho letto "Addio Gary Cooper", di Romain Gary (Neri Pozza). Lo devo recensire prossimamente per Il Foglio, dunque non posso parlarne diffusamente qui. Posso solo dire che è un libro del '69 (e i dialoghi ne risentono) è ambientato in Svizzera, e ha per protagonista un giovane sciatore americano spiantato, rifugiato in Europa per sfuggire alla guerra del Vietnam. Non è paragonabile agli altri grandi romanzi di Gary, però è leggiadro e si lascia leggere volentieri. Onore al merito di Neri Pozza, per avere ripubblicato in questi anni uno dei più interessanti scrittori francesi del '900, sicuramente uno dei miei preferiti. (continua)