domenica 28 giugno 2026

Il canto di Haiganoush, di Ian Manook (Fazi)

Qui di seguito, la mia recensione di Il canto di Haiganoush, di Ian Manook (Fazi) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 24 giugno. 

Dopo L’uccello blu di Erzurum (Fazi 2022) Ian Manook prosegue nella dolorosa e drammatica saga di una famiglia armena travolta dalle grandi tragedie del Novecento.

Il canto di Haiganoush trae ispirazione da una particolare vicenda storica, poco nota ma realmente accaduta: il rientro nell’Armenia sovietica, dopo la seconda guerra mondiale, di alcune decine di migliaia di profughi sparsi fra Europa e Medio Oriente, atrocemente ingannati da un appello di Stalin nel 1947.

A un popolo sterminato e disperso viene prospettato un futuro prospero e sereno nell’antica terra dei Padri, ora paradiso socialista. L’ingenuo Agop, uomo temerario e impulsivo, decide di partire, mosso anche dalla recondita speranza di ritrovare traccia della povera Haiganoush, scomparsa nel nulla da bambina durante il genocidio del 1915. A nulla valgono i tentativi dei familiari di dissuadere il testardo Agop dal suo sciagurato progetto: l’ostinazione degli armeni è notoriamente invincibile.

“Torno in patria per ridiventare armeno, non per diventare comunista”. La famiglia lo raggiungerà non appena si sarà sistemato, dice; se invece le cose dovessero mettersi male, sarà lui stesso a tornare a casa.

Già durante il viaggio in nave da Marsiglia e subito all’arrivo in Armenia, i poveri esuli  si rendono conto di essere stati ingannati e si ritrovano prigionieri in un mondo da incubo, oppressivo e poliziesco. Cominciano così le infinite peripezie di Agop e le vessazioni dei suoi sventurati connazionali.

Nel frattempo, la povera Haiganoush, rimasta cieca fin dall’infanzia e divenuta poetessa, musicista e cantante di grande sensibilità e grazia, viene rintracciata dalla polizia politica di Stalin: suo marito è brutalmente ucciso sul posto, e lei stessa deportata in Siberia. Non sa neppure se suo figlio Assadour sia stato anch’egli fucilato, oppure sia vivo.

I due sventurati protagonisti vengono così sottoposti a innumerevoli disavventure e privazioni, fra lunghi viaggi, fughe rocambolesche e ogni genere di traversie, in un romanzo corale dove solo fortuiti incontri con personaggi “umani” evitano il compimento di un tragico destino.

Ian Manook, pseudonimo dello scrittore franco-armeno Patrick Manoukian - noto per la trilogia di polizieschi del commissario Yeruldelgger, ambientati in Mongolia – propone anche in questo caso un romanzo tipico della letteratura d’avventura, con continui colpi di scena a ritmo serrato. Vi si trovano violenza, oppressione, disperazione, suspense, ma anche l’amore e persino il sesso, alternati a momenti di struggente malinconia.

Solo molti anni dopo la morte di Stalin, a pochi armeni con doppia cittadinanza sarà concesso di fare ritorno ai paesi di provenienza.

giovedì 11 giugno 2026

Fact-checking su Israele, di Nathan Greppi (Lindau)

Qui di seguito, la mia recensione di "Fact-checking su Israele", di Nathan Greppi (Lindau) apparsa sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 3 giugno.

Fra l’ottobre del 2023 e l’agosto dell’anno successivo, 9,3 milioni di volantini sono stati lanciati dal cielo sulla striscia di Gaza, da parte delle Forze di difesa di Israele (Idf) per avvisare la popolazione civile dei bombardamenti imminenti. Nello stesso periodo, e allo stesso scopo, sono stati inviati 1,55 milioni di Sms e sono state effettuate 17 milioni di chiamate telefoniche automatizzate, oltre a 100.000 chiamate in tempo reale. Dunque non può trattarsi di “genocidio”.

Sembra impossibile, da due anni e mezzo a questa parte, contrastare la marea montante della disinformazione e propaganda d’odio che investe Israele, unico stato del popolo ebraico e unica democrazia del Medio Oriente; eppure il giovane giornalista milanese Nathan Greppi decide di cimentarsi nell’impresa, con risultati apprezzabili.

Fact-checking su Israele. L’altra faccia della storia” è un pamphlet agile, ben documentato e circostanziato, scritto senza enfasi, con prefazione di Gianni Scipione Rossi e intervista finale a Yigal Carmon, direttore del Middle East Media Research Institute (Memri).

Ben prima del 7 ottobre, nota Greppi, i nemici di Israele avevano già cercato di accreditare la tesi del “genocidio”, ma senza considerare che, nel corso degli anni, la popolazione arabo-israeliana è passata dai 156.000 abitanti del ’48 agli oltre due milioni attuali; per quanto riguarda Gaza e Cisgiordania, “i palestinesi non hanno fatto altro che aumentare nel corso dei decenni: secondo le Nazioni Unite, la popolazione nei territori è passata da 1,1 milioni nel 1960 a 5,1 milioni nel 2020”.

Negli ospedali israeliani vengono continuamente curati palestinesi e arabo-israeliani, bambini compresi. Nel febbraio 2024, persino la sorella del leader di Hamas Ismail Haniyeh ha dato alla luce un bambino prematuro, ricevendo cure salvavita dai medici israeliani del Centro medico Soroka di Beer Sheva.

Ancora, Greppi nota come la guerra civile siriana abbia provocato 617.000 morti e quella yemenita 367.000, senza che nessun indignato o pacifista occidentale si sia mai stracciato le vesti. Onu, Amnesty International, Medici senza frontiere, la stessa Croce Rossa e tanta parte del giornalismo internazionale si dimostrano, attraverso svariati esempi, collusi con Hamas e con le altre forze decise a cancellare lo stato di Israele, Iran in testa. Nel saggio troviamo anche molta storia di Israele e dei suoi mortali nemici, per contrastare i tentativi di distorsione del passato.

“Il Qatar è Hamas e Hamas è il Qatar”, spiega Carmon in coda al volume. Se più persone fossero consapevoli di che cosa è realmente il Qatar, e della sua forza di penetrazione nelle economie, nelle università e nei media occidentali, allora molti governi capirebbero che “il Qatar non è un alleato dell’Occidente, ma un suo nemico”.