Qui di seguito, la mia recensione di Il canto di Haiganoush, di Ian Manook (Fazi) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 24 giugno.
Dopo
L’uccello blu di Erzurum (Fazi 2022) Ian Manook prosegue nella dolorosa
e drammatica saga di una famiglia armena travolta dalle grandi tragedie del
Novecento.
Il
canto di Haiganoush trae ispirazione da una particolare vicenda
storica, poco nota ma realmente accaduta: il rientro nell’Armenia sovietica,
dopo la seconda guerra mondiale, di alcune decine di migliaia di profughi
sparsi fra Europa e Medio Oriente, atrocemente ingannati da un appello di
Stalin nel 1947.
A
un popolo sterminato e disperso viene prospettato un futuro prospero e sereno nell’antica
terra dei Padri, ora paradiso socialista. L’ingenuo Agop, uomo temerario e
impulsivo, decide di partire, mosso anche dalla recondita speranza di ritrovare
traccia della povera Haiganoush, scomparsa nel nulla da bambina durante il
genocidio del 1915. A nulla valgono i tentativi dei familiari di dissuadere il
testardo Agop dal suo sciagurato progetto: l’ostinazione degli armeni è
notoriamente invincibile.
“Torno
in patria per ridiventare armeno, non per diventare comunista”. La famiglia lo
raggiungerà non appena si sarà sistemato, dice; se invece le cose dovessero mettersi
male, sarà lui stesso a tornare a casa.
Già
durante il viaggio in nave da Marsiglia e subito all’arrivo in Armenia, i
poveri esuli si rendono conto di essere
stati ingannati e si ritrovano prigionieri in un mondo da incubo, oppressivo e
poliziesco. Cominciano così le infinite peripezie di Agop e le vessazioni dei
suoi sventurati connazionali.
Nel
frattempo, la povera Haiganoush, rimasta cieca fin dall’infanzia e divenuta
poetessa, musicista e cantante di grande sensibilità e grazia, viene rintracciata
dalla polizia politica di Stalin: suo marito è brutalmente ucciso sul posto, e
lei stessa deportata in Siberia. Non sa neppure se suo figlio Assadour sia
stato anch’egli fucilato, oppure sia vivo.
I
due sventurati protagonisti vengono così sottoposti a innumerevoli disavventure
e privazioni, fra lunghi viaggi, fughe rocambolesche e ogni genere di traversie,
in un romanzo corale dove solo fortuiti incontri con personaggi “umani” evitano
il compimento di un tragico destino.
Ian
Manook, pseudonimo dello scrittore franco-armeno Patrick Manoukian - noto per
la trilogia di polizieschi del commissario Yeruldelgger, ambientati in Mongolia
– propone anche in questo caso un romanzo tipico della letteratura d’avventura,
con continui colpi di scena a ritmo serrato. Vi si trovano violenza, oppressione,
disperazione, suspense, ma anche l’amore e persino il sesso, alternati a
momenti di struggente malinconia.
Solo molti anni dopo la morte di Stalin, a pochi armeni con doppia cittadinanza sarà concesso di fare ritorno ai paesi di provenienza.
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