sabato 14 marzo 2026

"2126. Il futuro degli ebrei", AA.VV. (Edizioni Sopher)

Qui di seguito, la mia recensione di "2126. Il futuro degli ebrei", AA.VV. (Edizioni Sopher) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di ieri, venerdì 13 marzo.

“Dopo i disordini di New York e di altre città americane del 2035, il nuovo rabbino del gruppo Satmar decise di far emigrare i suoi adepti a Salt Lake City per metà, e a Hevron Yehudah per l’altra metà. Più di duecentomila Satmar piombarono sulla città americana, riempiendola di sinagoghe e di scuole. E più di duecentomila fra ebrei chassidici e sionisti cristiani costruirono le loro case non lontano dalla Tomba di Abramo, dove una guarnigione americana aveva da qualche anno sostituito le truppe israeliane”.

Cinque studiosi, quattro dei quali autorevoli esponenti della comunità ebraica italiana, si cimentano in un’impresa ardua e rischiosa, accettando la sfida di immaginare quale possa essere il futuro degli ebrei da qui a cent’anni.

“2126. Il futuro degli ebrei” (Edizioni Sopher) è un saggio interessante, non provocatorio, misurato nelle previsioni ma molto serio e rigoroso nelle analisi. I cinque co-autori prendono in carico, ciascuno, un singolo aspetto della poliedrica realtà ebraica, proiettando nel futuro alcune delle tendenze attualmente emergenti nel campo della religione, del popolo, dell’antisemitismo, del mondo nel suo complesso e dell’ebraismo in particolare.

Dall’Editto di Granada all’affare Dreyfus, l’antisemitismo ha dimostrato una straordinaria capacità proteiforme, avvertono gli autori nella prefazione: esso non si presenta più con i tratti caricaturali del passato. Spesso si maschera da antisionismo assoluto, o da relativizzazione sistematica della memoria della Shoah. 2126 mostra di prendere molto sul serio questa lezione. “Il futuro immaginato dal titolo non è dunque una profezia, ma un orizzonte etico (…) In filigrana, il libro suggerisce che la sopravvivenza non è soltanto biologica o militare, ma simbolica”.

La religione ebraica è in continua evoluzione, spiega Riccardo Di Segni nel primo capitolo. A partire dall’800 il tema nazionale e politico è entrato “in tensione” con quello religioso. “Fin dalle origini, nel popolo ebraico vi sono stati gruppi fortemente religiosi e osservanti e altri assolutamente no, con tutti i gradi intermedi e non si vede perché non dovrà essere così fra un secolo”, afferma Di Segni, anche se “tra un secolo la religione sarà articolata in gruppi di pensiero diversi”.

Chi, il primo novembre del 2022, avrebbe potuto immaginare cosa sarebbe successo il 7 ottobre dell’anno seguente? si chiede Sergio Della Pergola. Un governo che prometteva più sicurezza e il controllo dei prezzi si è scontrato con un’orribile realtà, come infinite altre volte nel passato del popolo ebraico. “La questione che ci poniamo, guardando ai prossimi cento anni, allora diviene: è possibile sopravvivere in quanto popolo ebraico, senza pagare prezzi assurdi e insostenibili come in passato?”. Oggi in Israele, osserva ancora il demografo, vive il 46% degli ebrei del mondo, ma nel 2035 dovrebbe avvenire lo storico sorpasso sugli ebrei della diaspora. In Israele, la percentuale di haredim dovrebbe raddoppiare dall’attuale 15 fino al 30 per cento entro il 2050, con conseguenze radicali nei settori dell’economia e della difesa.

L’antisemitismo è una patologia che appartiene alla storia dell’irrazionale, nota Francesco Lucrezi. “L’antisemita non solo è malvagio, non solo è stupido, è anche un soggetto disturbato mentalmente”. Per questo non si deve parlare di “cause scatenanti”, semmai di pretesti. L’antisemitismo è una specie di religione, o di superstizione, ispirata a un “Dio dell’Odio”: sicuramente fra cento anni ci sarà ancora.

Per descrivere il mondo del futuro, Emanuele Calò cita Borges, Jules Verne, Derrida e altri ancora. Se le forze irrazionali dovessero erodere i sistemi democratici, le autocrazie potrebbero non limitarsi all’attuale guerra ibrida, ma “cercare di assestare il colpo finale” mediante il ricorso alla guerra aperta. Oggi assistiamo attoniti al coinvolgimento delle scolaresche negli odi mediorientali: è un tratto distintivo del totalitarismo.

E il futuro dell’ebraismo? La parola conclusiva spetta a Luciano Tagliacozzo:

“Così si alzarono due funzionari, uno era il Segretario delle Nazioni Unite, l’altro era nel Consiglio di Sicurezza. Scesero dal Palazzo, e attraversando Mahaneh Yehudah andarono verso la Nuova Sede delle Nazioni Unite, a Gerusalemme. Il futuro?, chiese uno di loro. Il Rebbe rispose: Il futuro del futuro ci è ignoto, ma noi Israele e le Nazioni ci saremo sempre. Può essere che ce la faremo”.

L'ospite regale, di Henrik Pontoppidan (Iperborea)

Qui di seguito, la mia recensione di L'ospite regale, di Henrik Pontoppidan (Iperborea) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 11 marzo.

Arnold ed Emmy sono una coppia apparentemente serena. Vivono in uno sperduto paesino isolato nella landa danese. Lui è medico, la moglie si occupa dei tre figli ancora piccoli. Quando hanno dovuto lasciare Copenhagen per trasferirsi in campagna, sei anni prima, a lei si sono riempiti gli occhi di lacrime, ma poi si è adattata di buon grado alla felicità domestica, allietata dall’arrivo della prole.

Nella vita tranquilla e monotona dei due coniugi, in un pomeriggio di carnevale, fa improvvisamente irruzione un ospite inatteso. Vittima di un banale imprevisto, si presenta alla porta un bizzarro personaggio, cerimonioso e facondo, che si scusa per l’invadenza e promette di andarsene quella notte stessa: si fermerà solo poche ore.

Il comportamento dell’intruso è spiazzante. I suoi modi sono impeccabili, anzi fin troppo ossequiosi, ma davvero stravaganti: per una ragione che vuole mantenere riservata, l’ospite non intende presentarsi, e propone ai suoi sbalorditi interlocutori di allestire una cena sontuosa, in abiti eleganti. Del resto, è carnevale, no? Egli dunque chiede di essere chiamato “Principe Carnevale”. Arnold è imbarazzato, indeciso, non trova la forza di mettere alla porta l’intruso, come invece gli suggerisce la moglie. Anzi, prima lui poi lei si fanno contagiare dall’entusiasmo del visitatore, e stanno al suo gioco. Lei, lusingata, indosserà il suo vestito rosa più bello, da principessa, mentre lui sale in soffitta a rispolverare il frac.

Chi sarà mai l’ospite sconosciuto? Quali segreti si celano dietro alla sua artefatta cordialità? Ma soprattutto: quale sarà l’epilogo di questo strano incontro?

“A differenza di Arnold, che era un po’ annebbiato, reggeva benissimo il vino. Il colore delle guance gli si era fatto solo un po’ più intenso e la malizia nei chiari occhi caprini risultava un po’ più evidente. Sembrava un vecchio satiro, così sorridente con la bocca color dell’uva e i riccioli scuri, un po’ ingrigiti, intorno alla lucente calvizie, come un’autunnale corona di pampini”.

L’ospite regale (1908) è un romanzo breve, di forte simbolismo religioso, il cui autore Henrik Pontoppidan (1857-1943) fu premio Nobel per la letteratura nel 1917. Scritto in piena decadenza, il testo riflette un periodo di forte crisi dei valori tradizionali e famigliari, riprendendo il mito biblico della tentazione e della caduta.

Nel romanzo è presente un evidente richiamo a Mefistofele e al demone beffardo del Faust goethiano, scrive Fulvio Ferrari nella postfazione. “All’immagine del diavolo si sovrappone poi quella di Pan, il dio dei satiri che viene a risvegliare desideri negati e rimossi”.

giovedì 29 gennaio 2026

"Tiro al piccione", di Guido Salvini (Pendragon)

 Qui di seguito, la mia recensione di "Tiro al piccione", di Guido Salvini (Pendragon) apparsa sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 21 gennaio.

“Di certo il prestigio della magistratura è ai minimi storici (…) Come ci si può affidare a un corpus di funzionari che è tutti i giorni sulle cronache giudiziarie dei giornali per le sue lotte interne senza esclusione di colpi? (…) Chi può avere fiducia in magistrati divisi in cordate i cui principali esponenti sono affacendati senza sosta a trafficare in raccomandazioni e anche peggio?”.

Con il suo nuovo libro, Guido Salvini farà di certo zompare sulla sedia parecchia gente. Nessuno potrà dire che si tratta del solito “attacco scomposto alla magistratura”. Al contrario, Tiro al piccione (Pendragon, 328 pagine) è un libro di verità, scritto da un magistrato assiduo fino ai limiti dello stakanovismo, un uomo integerrimo che ha molto dovuto soffrire e lottare in difesa del suo operato e della sua reputazione.

Salvini racconta i 40 anni di vita spesi nel Palazzo di Giustizia di Milano, al centro di alcune delle inchieste più importanti nella storia dell’Italia contemporanea.

I lettori del Foglio troveranno in queste pagine poche sorprese ma molte amare conferme: una su tutte, la consapevolezza che la magistratura organizzata ha rappresentato spesso un ostacolo all’accertamento della verità, in molte importanti inchieste. I giustizialisti invece si mangeranno le mani dalla rabbia, vedendo ruzzolare nella polvere vari falsi miti. Vedremo se e come i chiamati in causa reagiranno, o se sceglieranno il silenzio. Per non essere fraintesi: in questo libro si parla di Borrelli, D’Ambrosio, Casson, Ferrarella e molti altri ancora.

Nel corso dei decenni, le accuse mosse nei confronti di Salvini sono state numerose e dure, nello scoperto tentativo di distruggerlo professionalmente e moralmente. Nella ricostruzione dettagliata dei fatti, spiccano tre principali attacchi: la richiesta al Csm di un provvedimento disciplinare per “incompatibilità ambientale” (“Mi hanno portato via sette anni di vita, ora non possono più convocarmi per torturarmi”); una querela per diffamazione da parte di un generale dei Carabinieri, nel tentativo maldestro di coprire le gravi responsabilità dell’Arma nel delitto Tobagi; infine a posteriori, quando già si è ritirato in pensione, l’articolo falso e mistificatorio pubblicato con grande evidenza sul Corriere della Sera, a firma del Principe dei Cronisti Giudiziari, indispettito per essere sempre stato trattato al pari degli altri. Un attacco subdolo e vendicativo, anche questo finito in una bolla di sapone.

In tutte e tre le circostanze, un uomo retto, dal carattere forte e mite, ha avuto la meglio sulla meschinità di chi gliela aveva giurata.

Alla vigilia del referendum, tutti gli italiani dovrebbero leggere questo libro: “L’introduzione di una fase di sorteggio (…) annullerebbe in gran parte la quasi esclusiva espressione e controllo delle correnti nei confronti degli eletti e quindi del Csm nel suo complesso”.

 

 

giovedì 18 dicembre 2025

"L'onesta bugiarda", di Tove Jansson (Iperborea)

Qui di seguito, la mia recensione di L'onesta bugiarda, di Tove Jansson (Iperborea) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 10 dicembre. 

“Non ho mai incontrato nessuno che sia così spaventosamente – e lo dico nel vero senso della parola – così spaventosamente onesto come voi”.

Finlandese ma di lingua svedese, disegnatrice dei famosi personaggi a fumetti Mumin noti in tutto il mondo, Tove Jansson (1914-2001) è autrice anche di alcuni romanzi di successo, fra cui questo breve ed enigmatico L’onesta bugiarda, caratterizzato dalla compresenza di due figure femminili, Katri e Anna, che in realtà rispecchiano entrambe aspetti diversi e complementari della poliedrica personalità dell’autrice.

Teatro degli avvenimenti è un piccolo e gelido paese dell’estremo nord scandinavo, dove nevica da oltre un mese. Tutto si svolge in un’atmosfera ovattata, in cui i personaggi si muovono con fatica e anche i rapporti umani sembrano imprigionati nel ghiaccio.

Katri è una donna giovane e dura, che conduce una vita grama. Dopo la morte dei genitori, convive in una misera stanza con il fratello quindicenne, nei confronti del quale è vigile e protettiva. I due abitano sopra l’emporio del paese, lei si guadagna da vivere con piccole commissioni. Gli abitanti nutrono nei suoi confronti una sorta di timore riverenziale: la sua intelligenza e precisione nei conti sono indiscutibili, ma i suoi grandi occhi gialli mettono a disagio. Katri ha un volto “largo e impassibile che non esprime nulla”, e un sorriso “rapido e inquietante, che lampeggia come una luce al neon, per subito spegnersi”. I bambini del posto, il cui istinto naturale è infallibile, le gridano dietro: “Strega! Strega!“.

Anna, da un altro lato, è molto più anziana e un po’ svampita. Vive in una villetta isolata, è timorosa, esce di rado, passa il tempo a disegnare storie per bambini che hanno per protagonisti dei conigli (facile ravvisare in questi tratti l’intento autobiografico dell’autrice).

Quando Katri riesce subdolamente a convincere Anna di accogliere in casa sua lei e il fratello, le due personalità femminili entrano inevitabilmente in contrasto. Anna è disordinata e accumulatrice, Katri si sbarazza sbrigativamente di una catasta di vecchi mobili inutili, dal valore unicamente affettivo. Anna è incapace di amministrarsi, Katri prende in mano la contabilità della casa e i rapporti con gli editori. Katri è drastica, risoluta e manipolatrice, le deboli rimostranze di Anna non la fermano, anzi agisce come mossa da avidità e con un oscuro tornaconto. Quale astuto progetto sta orchestrando Katri, ai danni della debole e facilmente ingannabile padrona di casa?

L’onesta bugiarda è un romanzo psicologico, con dialoghi brevi dal ritmo sincopato. Arianna Bonazzi, nella postfazione, lo definisce “sottile e tagliente come una scheggia di ghiaccio”.

giovedì 13 novembre 2025

"Pioggia di stelle", di Matila Ghyka

Qui di seguito, la mia recensione di "Pioggia di stelle", romanzo di Matila Ghyka (Blu Atlantide) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di ieri.

“Hitler è evidentemente il tipico visionario attivo; non solo è riuscito ad allucinare sé stesso, ma anche una buona parte della Germania (…) Vi ricordate della leggenda del suonatore di flauto di Hamelin, che stregò tutti i bambini della cittadina e partì con loro? Un bel giorno i tedeschi seguiranno il flauto magico di Hitler, e Dio sa cosa ne verrà fuori”.

Pubblicato per la prima volta in Francia da Gallimard nel 1933, proprio nell’anno di ascesa al potere del nazismo, Pioggia di stelle è un romanzo storico, ambientato a Vienna nel periodo fra le due guerre, l’unico di Matila Ghyka (1881-1965). Diplomatico romeno di nobili origini, coetaneo di Stefan Zweig e come quest’ultimo legato per sempre a un “mondo di ieri” in dissoluzione, Ghyka fu una personalità di notevole fascino e carisma, caratteristiche trasfuse nel romanzo attraverso il personaggio di Napoleon di Maleen-Louis, protagonista di grande cordialità ed empatia.

Dopo il crollo dell’impero asburgico, il povero Napoleon se la passa assai male: vive in miseria, ha venduto persino il cappotto, è oberato dai debiti. Triste e malinconico, ripensa con nostalgia ai fasti del suo periodo londinese, ricco di feste da ballo, ricevimenti principeschi, ristoranti di alta classe e circoli esclusivi. Medita di ritirarsi in campagna, quando un incontro improvviso e provvidenziale gli offre l’opportunità di rientrare nel corpo diplomatico.

Ghyka descrive un mondo sofisticato e aristocratico, di quel particolare tipo di nobiltà che si è dedicata anima e corpo alla diplomazia, con i suoi riti e le sue regole scritte e non scritte – soprattutto queste ultime, in un ambiente in cui l’etichetta esercita un incontestabile primato.

Ne scaturisce un romanzo colto e raffinato, che è anche una storia d’amore a lieto fine, con tanto di principesse e cavalieri. La trama romantica è costellata di lunghe digressioni, dotte citazioni, divagazioni artistiche e letterarie, accurate descrizioni di castelli e paesaggi. Non manca la precisa ricostruzione di vicende storiche e di grandi personaggi del passato, uno su tutti il celebre duca di Wallenstein protagonista della Guerra dei Trent’anni.

Naturalmente, sotto la superficie delle amabili conversazioni da fumoir, spiccano serissime considerazioni politiche, alcune molto amare, altre sorprendentemente profetiche, sapientemente distribuite nel testo da uno scrittore che fu grande testimone del suo tempo:

“E poi, come dicevo prima, il principio delle nazionalità forse evolverà, si trasformerà in qualcosa di molto elastico, forse Stati Uniti d’Europa, non sappiamo…”.

Guido Ceronetti, che amava molto Ghyka, lo definì “uno dei grandi romeni contemporanei e il meno conosciuto”.

venerdì 10 ottobre 2025

"Breve storia dell'economia", di Giorgio Arfaras (Salani)

Qui di seguito, la mia recensione di "Breve storia dell'economia", di Giorgio Arfaras (Salani) apparsa stamane in seconda pagina sul quotidiano Il Foglio, con il titolo "It's the economy..."

 “Sarà mia cura provare a rendere chiari i meccanismi fondamentali senza fare ricorso a concetti troppo complessi, anzi vorrei riuscire ad avvicinare questa materia ai lettori, evidenziando i punti di contatto, anche in questo caso, con la vita quotidiana”.

Un anno dopo Filosofi e tiranni, Giorgio Arfaras - originalissimo economista con una passione speciale per il pensiero politico – propone al pubblico non specializzato una Breve storia dell’economia (Salani) brillante e riuscito tentativo di illustrare in poco più di 200 pagine “quante cose della vita spiega l’economia e come entra nella vita quotidiana di tutti noi”.

La parola “diseguaglianza” si presta a qualche fraintendimento, spiega l’autore. La crescita della diseguaglianza, infatti, può essere il frutto del maggior tenore di vita assoluto dei meno abbienti, che però cresce meno di quello dei più abbienti. In altre parole, i meno abbienti sono diventati più ricchi, i più abbienti ancora più ricchi. Negli ultimi secoli, è precisamente questa la modalità di crescita della diseguaglianza che si è avuta in tutti i paesi industrializzati.

Con la rivoluzione industriale, prosegue Arfaras, si afferma il “capitalismo”, cioè un sistema economico dove le innovazioni sono sviluppate dagli imprenditori. La crisi del ’29 è la “pietra d’inciampo” del primo capitalismo dell’8-900, il boom del secondo dopoguerra invece inciampa nella stagflazione degli anni Settanta. A partire dai primi anni ’80 e fino al 2008 prevale il pensiero neo-liberista, i cui risultati però l’autore definisce “sfuggenti”: i tassi di crescita nell’era della globalizzazione sono circa la metà di quelli registrati nei decenni del dopoguerra. Al contempo, sorge il populismo.

Negli ultimi decenni, la sofisticazione dell’economia ha creato una maggiore uguaglianza fra gli uomini e le donne, quando sono entrambi molto istruiti, e una maggiore diseguaglianza fra i molto istruiti e quelli che non lo sono. E’ l’economia della conoscenza: “Il capitalismo si sta diffondendo in modo molecolare nella vita di tutti i giorni”. Le persone ambiziose lasciano le città e le zone meno dinamiche, in cui non nascono nuove imprese, e si trasferiscono in città più dinamiche: “il fenomeno è internazionale”.

Con l’avvento del populismo, la parte meno colta e più povera dell’elettorato si ribella: non ai ricchi, ma alle regole della democrazia. Il disagio all’origine del populismo è economico o culturale? Se fosse solo di natura economica, risponde Arfaras, dovrebbe sgonfiarsi con la crescita dell’economia. In realtà il rifiuto riguarda anche i cambiamenti nella morale, la libertà sessuale e altri fattori di frustrazione.

Anche sull’immigrazione, Arfaras sfata alcuni luoghi comuni: “E’ difficile immaginare che con lo sviluppo economico dei paesi d’origine, l’immigrazione possa fermarsi”.

I paesi in via di sviluppo sono quelli che mostrano maggiore concentrazione della ricchezza, che raggiunge in media il 50% della ricchezza complessiva. Viceversa nei paesi sviluppati la media è del 15% circa. Il paese con la minore concentrazione della ricchezza è la Germania, quello con la più alta la Russia.

Lo sviluppo cinese ha avuto caratteristiche simili a quelle dell’Urss degli anni Trenta: urbanizzazione accelerata dei contadini e scolarizzazione di massa. Il risultato è che l’élite cinese oggi è composta per un terzo da ingegneri. Le famiglie cinesi risparmiano molto per l’assenza dello Stato sociale: “La domanda cruciale, economica ma alla fine politica, diventa: lo Stato sociale e un settore finanziario sofisticato, sono compatibili con un sistema a partito unico come quello cinese?”.

Se la Cina consuma poco, l’America consuma troppo, dunque è costretta a importare. Come reagire? Non occorre molto a capire che i dazi non funzioneranno, prevede Arfaras. “Un recupero del debito statunitense e quindi un recupero del credito degli altri, soprattutto dei cinesi, richiede un cambiamento epocale del sistema economico e politico cinese e statunitense. Da qui lo scetticismo a riguardo di una soluzione indolore e a breve termine”. 

giovedì 2 ottobre 2025

"La notte ucraina", di Marci Shore (Castelvecchi)

Qui di seguito, la mia recensione di "La notte Ucraina. Storie da una rivoluzione", di Marci Shore (Castelvecchi) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di ieri, mercoledì 1 ottobre. Abbiamo presentato questo libro, sempre ieri, presso il circolo The Mill di via Cappuccio 5 a Milano. Relatrici Olivia Guaraldo (curatrice) Elena Kostioukovitch e Giulia Lami. L'autrice è intervenuta in collegamento da Toronto.

 “Era meraviglioso, perché sul Maidan c’erano persone molto diverse – ucraini, russi, ebrei, polacchi, tartari, armeni e azeri, c’erano georgiani, ucrainofoni, russofoni, c’erano neonazisti, liberali e anarchici… nel momento del pericolo tutti si sono uniti e le differenze non contavano più”. Così la storica Marci Shore, docente prima a Yale e ora a Toronto, descrive la rivoluzione ucraina di Maidan, nei mesi a cavallo fra il  2013 e il 2014.

La notte ucraina è la vivida cronaca di un momento decisivo della storia contemporanea europea, ricostruito attraverso le testimonianze di molti protagonisti. Non un’analisi strettamente politica, quanto piuttosto un’indagine attorno al vissuto individuale delle persone, nel cuore pulsante della rivoluzione stessa.

Alla vigilia degli avvenimenti, l’Ucraina è un paese corrotto e avvilito. La cleptocrazia di Janukovic – un presidente con precedenti penali per rapina - spadroneggia con la sua cricca di mafiosi. Quando cerca di far saltare le trattative con l’Europa, per suggellare il suo rientro nell’orbita putiniana, succede qualcosa di imprevisto. Il 28 novembre, il brutale pestaggio di un gruppo di studenti provoca una mobilitazione spontanea e di massa che ha dell’incredibile. Centinaia di migliaia di persone, di ogni età, estrazione sociale e  orientamento politico, accorrono da tutto il paese nella capitale, affollano Maidan e manifestano ininterrottamente, giorno e notte, per quasi tre mesi nel rigido inverno ucraino.

Lo scontro è sanguinoso, perché la scelta della piazza è di resistere e di difendersi con tutta la durezza necessaria. Dopo gli scontri, ogni mattina i manifestanti puliscono fino all’ultimo pezzetto di carta. Sulla piazza la regola è che non si beve. Di sera le donne distribuiscono minestra calda e preparano le molotov.

Il 16 febbraio Janukovic vara le leggi dittatoriali. Con i media occidentali, sostiene che Maidan è piena di fascisti e antisemiti, ai suoi reparti antisommossa racconta che pullula di gay ed ebrei. Entrano in azione i cecchini, che sparano dai tetti: i morti si contano a decine, ma la piazza resiste e respinge ogni ipotesi di accordo. Il 23 febbraio Janukovic fugge a Mosca. Alla fine il bilancio è di 106 morti, che verranno soprannominati “La Centuria Celeste”. L’Ucraina rinasce sulla base di un rinnovato patriottismo civico, la società ha ritrovato il suo fondamento morale.

“Putin ci vuole come nell’ex Unione sovietica. (…) Lui ci sta riportando lì, vuole essere un dittatore. E noi per contro, ci stiamo spingendo verso l’Europa, dove c’è la democrazia. (…) Se l’Ucraina perde, torneremo nell’Unione sovietica. Se vinciamo, avremo la democrazia, avremo un futuro, noi e i nostri figli. Io la vedo così”.