Qui seguito, la mia recensione di "Il pozzo di Miriam. Una distopia geopolitica", di Daniela Santus (Lindau) pubblicata in seconda pagina sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 21 ottobre
“Chiunque
trovi questa mappa, per favore non la distrugga. Risale al 2025. Qui ci sono
fiumi. Valli verdi. E confini diversi dai nostri. C’è anche un paese di cui non
ho mai sentito parlare: Israele”.
Daniela
Santus, docente di Geografia all’Università di Torino e autrice di innumerevoli
saggi scientifici, esordisce nel campo della narrativa con un romanzo distopico,
di schietto impianto orwelliano.
“Il
pozzo di Miriam. Una distopia geopolitica” (Edizioni Lindau) è ambientato
nel 2057 in un orribile mondo post-atomico. Trent’anni dopo la “Grande-grande
guerra”, il pianeta è devastato e dominato da due superpotenze totalitarie,
rivali ma concordi nella necessità di cancellare dalla memoria della
popolazione ogni retaggio del passato.
Dopo
la Partizione, gli stati-nazione sono stati dissolti e le religioni abolite. Il
Directorate, regime pervasivo e spionistico, occupa l’intera Asia e l’Europa,
con capitale Mosca. Le lingue ufficiali sono il russo e – curiosamente -
l’italiano (“Molti sospettavano che fosse stata scelta perché gli italiani si
erano adattati più rapidamente di altri al nuovo sistema”). Le altre lingue
“regionali“ sono tollerate in ambito locale.
Il
Covenant invece riunisce le Americhe, l’Africa e il Medio Oriente. Qui si parla
inglese e arabo, la polizia è appena meno inquisitoria, ma le donne devono
essere tutte rigorosamente velate dalla testa ai piedi. Non si tratta di motivi
religiosi (vietatissimi) bensì morali, per “integrità civica”.
Le
due gigantesche esplosioni nucleari del 2027, una in Siberia l’altra in Europa
centrale, hanno stranamente prosciugato fiumi e laghi, persino i mari si sono
ritirati. Il pianeta è attanagliato da siccità, carestia e miseria, il cielo è sempre
grigio e l’aria inquinata. Da molti anni non si mangia altro che alghe. Ogni
settimana le autocisterne distribuiscono l’acqua, rigorosamente razionata e
monopolizzata dalle due super-potenze, così come l’energia. In compenso, le
sigarette sono distribuite gratis.
Il
pozzo di Miriam è anche la storia d’amore fra Terennik e
Johan, due coraggiosi giovani ricercatori che, consigliati in gran segreto da
un anziano docente, iniziano a indagare sul passato. Scoprono così che della
“Grande-grande Guerra” furono incolpati gli ebrei, e che un terzo ordigno nucleare
cancellò Israele con tutti i suoi abitanti. Gli ebrei dunque non esistono più,
ma stranamente la gente li odia ancora, accusando “scienziati e sionisti” di diffondere
“virus creati in laboratorio”.
Ma
come è possibile?, chiedono smarriti i protagonisti al vecchio professore.
“Ironico, vero? Oggi li accusano di avere creato un virus. Trent’anni fa, come
cinquecento anni fa, li accusavano di tutto: controllare l’economia, manipolare
i governi, avvelenare i pozzi, usare il sangue dei bambini per preparare dolci
festivi. Le stesse accuse di sempre. Aggiornate, modernizzate, amplificate dai
social media”.
E
alla vigilia della Grande-grande Guerra, cosa accadde?, domandano sbalorditi al
vecchio saggio i due ricercatori. “Berg raccontò di come l’odio si fosse
diffuso come un virus. Sui social. Nelle università. Nelle strade. Manifestanti
che gridavano ‘morte ai sionisti’ senza capire il significato della parola, ma
dicevano di lottare ‘per la pace’…”.