sabato 31 ottobre 2026

"Bellum", di Marco Rocco

Qui di seguito, la mia recensione di "Bellum. La guerra a Roma in 12 battaglie", di Marco Rocco (ed. Carocci) apparsa sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 21 ottobre. 

L’affascinante storia dell’Antica Roma, dalla monarchia alla repubblica, all’impero, alla decadenza, esercita da sempre attrazione e interesse presso il grande pubblico dei lettori, incuriositi dalla prospettiva di un estemporaneo “ripasso” delle proprie reminiscenze scolastiche.

Con questo Bellum, lo studioso, docente e ricercatore Marco Rocco propone un testo di assoluto rigore accademico e storiografico. Attraverso la ricostruzione minuziosa di 12 grandi battaglie, l’autore ripercorre le tappe fondamentali degli eventi che portarono, nel corso di alcuni secoli, alla edificazione del più importante impero della storia universale.

In ogni capitolo, è descritto preliminarmente il contesto storico-politico che precede lo scontro, la complessità dei vari sistemi di alleanze (ciò che oggi  chiamiamo “geopolitica”) e la conformazione specifica del terreno su cui si svolsero gli avvenimenti, con varie cartine. Un’attenzione molto dettagliata è riservata all’evoluzione degli armamenti, dell’equipaggiamento, delle formazioni militari, nonché alle opere ingegneristiche e alle sempre più complesse e sofisticate macchine belliche.

La rassegna prende l’avvio da una clamorosa sconfitta: l’ignominiosa umiliazione inflitta ai romani dai Sanniti di Gavio Ponzio presso le Forche Caudine, due gole profonde, impervie e boscose, in cui l’esercito dell’Urbe rimane bloccato e costretto alla resa. E’ in questa circostanza che Erennio, il vecchio e saggio padre di Gavio, suggerisce al figlio di liberare tutti i prigionieri in cambio di un trattato di pace, o altrimenti di ucciderli tutti. Il vincitore sceglie invece di mortificare i nemici, facendoli passare uno a uno sotto il giogo, disarmati e con la sola tunica indosso. La vendetta dei Romani sarà spietata.

Il volume procede poi nella ricostruzione di vari altri epici scontri, dalla battaglia navale di Milazzo contro i Cartaginesi, alla celebre vittoria di Cesare nell’assedio di Alesia contro i Galli di Vercingetorige, al trionfo di Ottaviano a Segesta in Dalmazia e così via.

L’autore cita con precisione tutti i celebri storici dell’epoca (Tito Livio, Strabone, Plutarco, Tacito e altri) ma non manca di dare la parola agli sconfitti, con l’amara invettiva che Calgaco, travolto in Britannia dai legionari di Agricola, rivolge ai Romani:

“Sono i predatori del mondo: da quando sono venute meno le terre da conquistare, scrutano avidamente il mare; se il loro nemico è ricco, sono avidi, se povero, arroganti. Non li sazia né l’Oriente né l’Occidente: unici fra tutti, bramano con uguale cupidigia la ricchezza e la povertà. Rubare, trucidare, rapinare: questo, con falso nome, è il loro “impero” e, quando fanno un deserto, lo chiamano pace”.

lunedì 26 ottobre 2026

"Il pozzo di Miriam", di Daniela Santus

 Qui seguito, la mia recensione di "Il pozzo di Miriam. Una distopia geopolitica", di Daniela Santus (Lindau) pubblicata in seconda pagina sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 21 ottobre

“Chiunque trovi questa mappa, per favore non la distrugga. Risale al 2025. Qui ci sono fiumi. Valli verdi. E confini diversi dai nostri. C’è anche un paese di cui non ho mai sentito parlare: Israele”.

Daniela Santus, docente di Geografia all’Università di Torino e autrice di innumerevoli saggi scientifici, esordisce nel campo della narrativa con un romanzo distopico, di schietto impianto orwelliano.

“Il pozzo di Miriam. Una distopia geopolitica” (Edizioni Lindau) è ambientato nel 2057 in un orribile mondo post-atomico. Trent’anni dopo la “Grande-grande guerra”, il pianeta è devastato e dominato da due superpotenze totalitarie, rivali ma concordi nella necessità di cancellare dalla memoria della popolazione ogni retaggio del passato.

Dopo la Partizione, gli stati-nazione sono stati dissolti e le religioni abolite. Il Directorate, regime pervasivo e spionistico, occupa l’intera Asia e l’Europa, con capitale Mosca. Le lingue ufficiali sono il russo e – curiosamente - l’italiano (“Molti sospettavano che fosse stata scelta perché gli italiani si erano adattati più rapidamente di altri al nuovo sistema”). Le altre lingue “regionali“ sono tollerate in ambito locale.

Il Covenant invece riunisce le Americhe, l’Africa e il Medio Oriente. Qui si parla inglese e arabo, la polizia è appena meno inquisitoria, ma le donne devono essere tutte rigorosamente velate dalla testa ai piedi. Non si tratta di motivi religiosi (vietatissimi) bensì morali, per “integrità civica”.

Le due gigantesche esplosioni nucleari del 2027, una in Siberia l’altra in Europa centrale, hanno stranamente prosciugato fiumi e laghi, persino i mari si sono ritirati. Il pianeta è attanagliato da siccità, carestia e miseria, il cielo è sempre grigio e l’aria inquinata. Da molti anni non si mangia altro che alghe. Ogni settimana le autocisterne distribuiscono l’acqua, rigorosamente razionata e monopolizzata dalle due super-potenze, così come l’energia. In compenso, le sigarette sono distribuite gratis.

Il pozzo di Miriam è anche la storia d’amore fra Terennik e Johan, due coraggiosi giovani ricercatori che, consigliati in gran segreto da un anziano docente, iniziano a indagare sul passato. Scoprono così che della “Grande-grande Guerra” furono incolpati gli ebrei, e che un terzo ordigno nucleare cancellò Israele con tutti i suoi abitanti. Gli ebrei dunque non esistono più, ma stranamente la gente li odia ancora, accusando “scienziati e sionisti” di diffondere “virus creati in laboratorio”.

Ma come è possibile?, chiedono smarriti i protagonisti al vecchio professore. “Ironico, vero? Oggi li accusano di avere creato un virus. Trent’anni fa, come cinquecento anni fa, li accusavano di tutto: controllare l’economia, manipolare i governi, avvelenare i pozzi, usare il sangue dei bambini per preparare dolci festivi. Le stesse accuse di sempre. Aggiornate, modernizzate, amplificate dai social media”.

E alla vigilia della Grande-grande Guerra, cosa accadde?, domandano sbalorditi al vecchio saggio i due ricercatori. “Berg raccontò di come l’odio si fosse diffuso come un virus. Sui social. Nelle università. Nelle strade. Manifestanti che gridavano ‘morte ai sionisti’ senza capire il significato della parola, ma dicevano di lottare ‘per la pace’…”.

lunedì 21 settembre 2026

Parla Zarathustra, di Kader Abdolah (Iperborea)

Qui di seguito, la mia recensione di "Parla Zarathustra", di Kader Abdolah (Iperborea), pubblicata sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 16 settembre.

“La verità è che volevo scrivere un libro su Zarathustra, ma sono finito in un posto che non mi aspettavo (…) Stavo cercando il misterioso, leggendario profeta persiano e mi sono ritrovato nella steppa eurasiatica di dieci, ventimila anni fa, dove un tempo abitavamo noi, gli indoeuropei”.

Kader Abdolah torna a indagare sulla sua terra d’origine, con un libro dedicato al fondatore dello zoroastrismo. L’autore di “La casa della moschea” propone ora un’opera religiosa e poetica, a cavallo fra storia e leggenda, fiaba e mito.

Il racconto di Abdolah è popolato da Dèi e demoni, con il loro seguito di forze del Bene e del Male, uccelli magici e vacche sacre, guerrieri eroici e sovrani malvagi.

Considerata l’esiguità delle fonti, l’autore si rifugia spesso nel grande solco della tradizione orale, in una serie di vicende contorte, dai continui colpi di scena.

In tempi antichissimi, le popolazioni della steppa migrano verso sud, occupando una vastissima area che va dalla Mesopotamia all’India e fondando numerose civiltà.

Intorno alla metà del 1700 a.C., contornato da vicende fiabesche, nasce Zarathustra, un bambino prodigio destinato a un luminoso avvenire. Ahriman, il diavolo, tenta di sopprimerlo, ma Ahura Mazda lo protegge. Dopo studi brillanti e un promettente avvio al sacerdozio, il trentenne Zarathustra capisce che il mondo è brutto: i sovrani sono egoisti, i sacerdoti sono bugiardi e corrotti, il popolo è infelice. A questo punto egli decide, in totale solitudine, di “inventare” il monoteismo. Concepisce un Dio unico, onnipotente e onniscente, creatore del cielo e della terra, e propone una “retta via”, per un futuro in paradiso, o altrimenti all’inferno. Zarathustra predica con coraggio e veemenza, ma con scarsi risultati.

“Abbiamo compreso che Ahura Mazda è l’unico Dio, che ha creato il cielo e la terra (…) La domanda che ti pongo dunque è questa: come sei arrivato a fare tali affermazioni? A sostenere che esista un unico Dio al posto delle divinità amate dai nostri avi? Come sei arrivato a concepire un’idea così sovversiva?”.

Zarathustra viene isolato, incarcerato, costretto a fuggire. A quarant’anni torna e infine ottiene la conversione del regno. Ne nascono infinite dispute, epici scontri, intrighi di palazzo, fino a quando il profeta, durante la preghiera, viene assassinato con una pugnalata alle spalle.

“Alcuni studiosi sostengono che Zarathustra come figura storica non sia mai esistito. E’ possibile che abbiano ragione, ma questo non altera il contesto – conclude Abdolah - Come sia avvenuto esattamente non ha alcuna importanza. Qui si parla di una persona amata, che si chiama Zarathustra. Uno Zarathustra che ha creato un Ahura Mazda per comprendere meglio se stesso”.

domenica 28 giugno 2026

Il canto di Haiganoush, di Ian Manook (Fazi)

Qui di seguito, la mia recensione di Il canto di Haiganoush, di Ian Manook (Fazi) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 24 giugno. 

Dopo L’uccello blu di Erzurum (Fazi 2022) Ian Manook prosegue nella dolorosa e drammatica saga di una famiglia armena travolta dalle grandi tragedie del Novecento.

Il canto di Haiganoush trae ispirazione da una particolare vicenda storica, poco nota ma realmente accaduta: il rientro nell’Armenia sovietica, dopo la seconda guerra mondiale, di alcune decine di migliaia di profughi sparsi fra Europa e Medio Oriente, atrocemente ingannati da un appello di Stalin nel 1947.

A un popolo sterminato e disperso viene prospettato un futuro prospero e sereno nell’antica terra dei Padri, ora paradiso socialista. L’ingenuo Agop, uomo temerario e impulsivo, decide di partire, mosso anche dalla recondita speranza di ritrovare traccia della povera Haiganoush, scomparsa nel nulla da bambina durante il genocidio del 1915. A nulla valgono i tentativi dei familiari di dissuadere il testardo Agop dal suo sciagurato progetto: l’ostinazione degli armeni è notoriamente invincibile.

“Torno in patria per ridiventare armeno, non per diventare comunista”. La famiglia lo raggiungerà non appena si sarà sistemato, dice; se invece le cose dovessero mettersi male, sarà lui stesso a tornare a casa.

Già durante il viaggio in nave da Marsiglia e subito all’arrivo in Armenia, i poveri esuli  si rendono conto di essere stati ingannati e si ritrovano prigionieri in un mondo da incubo, oppressivo e poliziesco. Cominciano così le infinite peripezie di Agop e le vessazioni dei suoi sventurati connazionali.

Nel frattempo, la povera Haiganoush, rimasta cieca fin dall’infanzia e divenuta poetessa, musicista e cantante di grande sensibilità e grazia, viene rintracciata dalla polizia politica di Stalin: suo marito è brutalmente ucciso sul posto, e lei stessa deportata in Siberia. Non sa neppure se suo figlio Assadour sia stato anch’egli fucilato, oppure sia vivo.

I due sventurati protagonisti vengono così sottoposti a innumerevoli disavventure e privazioni, fra lunghi viaggi, fughe rocambolesche e ogni genere di traversie, in un romanzo corale dove solo fortuiti incontri con personaggi “umani” evitano il compimento di un tragico destino.

Ian Manook, pseudonimo dello scrittore franco-armeno Patrick Manoukian - noto per la trilogia di polizieschi del commissario Yeruldelgger, ambientati in Mongolia – propone anche in questo caso un romanzo tipico della letteratura d’avventura, con continui colpi di scena a ritmo serrato. Vi si trovano violenza, oppressione, disperazione, suspense, ma anche l’amore e persino il sesso, alternati a momenti di struggente malinconia.

Solo molti anni dopo la morte di Stalin, a pochi armeni con doppia cittadinanza sarà concesso di fare ritorno ai paesi di provenienza.

giovedì 11 giugno 2026

Fact-checking su Israele, di Nathan Greppi (Lindau)

Qui di seguito, la mia recensione di "Fact-checking su Israele", di Nathan Greppi (Lindau) apparsa sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 3 giugno.

Fra l’ottobre del 2023 e l’agosto dell’anno successivo, 9,3 milioni di volantini sono stati lanciati dal cielo sulla striscia di Gaza, da parte delle Forze di difesa di Israele (Idf) per avvisare la popolazione civile dei bombardamenti imminenti. Nello stesso periodo, e allo stesso scopo, sono stati inviati 1,55 milioni di Sms e sono state effettuate 17 milioni di chiamate telefoniche automatizzate, oltre a 100.000 chiamate in tempo reale. Dunque non può trattarsi di “genocidio”.

Sembra impossibile, da due anni e mezzo a questa parte, contrastare la marea montante della disinformazione e propaganda d’odio che investe Israele, unico stato del popolo ebraico e unica democrazia del Medio Oriente; eppure il giovane giornalista milanese Nathan Greppi decide di cimentarsi nell’impresa, con risultati apprezzabili.

“Fact-checking su Israele. L’altra faccia della storia” è un pamphlet agile, ben documentato e circostanziato, scritto senza enfasi, con prefazione di Gianni Scipione Rossi e intervista finale a Yigal Carmon, direttore del Middle East Media Research Institute (Memri).

Ben prima del 7 ottobre, nota Greppi, i nemici di Israele avevano già cercato di accreditare la tesi del “genocidio”, ma senza considerare che, nel corso degli anni, la popolazione arabo-israeliana è passata dai 156.000 abitanti del ’48 agli oltre due milioni attuali; per quanto riguarda Gaza e Cisgiordania, “i palestinesi non hanno fatto altro che aumentare nel corso dei decenni: secondo le Nazioni Unite, la popolazione nei territori è passata da 1,1 milioni nel 1960 a 5,1 milioni nel 2020”.

Negli ospedali israeliani vengono continuamente curati palestinesi e arabo-israeliani, bambini compresi. Nel febbraio 2024, persino la sorella del leader di Hamas Ismail Haniyeh ha dato alla luce un bambino prematuro, ricevendo cure salvavita dai medici israeliani del Centro medico Soroka di Beer Sheva.

Ancora, Greppi nota come la guerra civile siriana abbia provocato 617.000 morti e quella yemenita 367.000, senza che nessun indignato o pacifista occidentale si sia mai stracciato le vesti. Onu, Amnesty International, Medici senza frontiere, la stessa Croce Rossa e tanta parte del giornalismo internazionale si dimostrano, attraverso svariati esempi, collusi con Hamas e con le altre forze decise a cancellare lo stato di Israele, Iran in testa. Nel saggio troviamo anche molta storia di Israele e dei suoi mortali nemici, per contrastare i tentativi di distorsione del passato.

“Il Qatar è Hamas e Hamas è il Qatar”, spiega Carmon in coda al volume. Se più persone fossero consapevoli di che cosa è realmente il Qatar, e della sua forza di penetrazione nelle economie, nelle università e nei media occidentali, allora molti governi capirebbero che “il Qatar non è un alleato dell’Occidente, ma un suo nemico”.

lunedì 27 aprile 2026

Storia dell'Europa orientale (vol. II) di Giulia Lami

 Qui di seguito, la mia recensione di Storia dell'Europa orientale - vol. II, di Giulia Lami (Le Monnier) apparsa in seconda pagina sul quotidiano Il Foglio di martedì 21 aprile.

Dopo il primo volume, uscito nel 2019, dedicato alla Storia dell’Europa orientale da Napoleone alla Prima guerra mondiale, Giulia Lami – autorevole docente e saggista - pubblica ora la seconda parte del suo grande lavoro, dal Primo dopoguerra ai giorni nostri (Le Monnier, 437 pagine, 39 euro).

L’opera è di assoluto livello accademico e storiografico, uno studio vasto e rigoroso, che analizza con metodo scientifico e capillare, paese per paese, le guerre e le vicende politiche che hanno sconvolto quella parte del Vecchio continente, nel grande turbine del Novecento e in questo primo quarto di secolo.

Nonostante Versailles e gli altri quattro trattati che ne sono seguiti, e nonostante lo “spirito di Locarno” (1925) nel giro di poco più di un decennio le fragili democrazie nate dalla dissoluzione di quattro Imperi cadono come birilli, una dopo l’altra, sotto il peso dell’inflazione, dei contrasti con le minoranze nazionali, della debolezza istituzionale e sociale. Al contempo, dilaga ovunque un violento antisemitismo. Anche se non ideologicamente classificabili come “fascisti”, in senso proprio, i regimi autoritari si impongo quasi ovunque: solo Finlandia e Cecoslovacchia mantengono istituzioni democratiche fino alla vigilia della guerra.

Un intero capitolo, il quarto, è dedicato espressamente a “Fascismo, nazismo e stalinismo”, con accostamenti e analogie che faranno sicuramente discutere storici e politologi. Nell’inverno 32/33, mentre Hitler conquista il potere, Stalin realizza in Ucraina forse il peggiore dei suoi crimini, l’Holodomor che mette a morte per fame e freddo milioni e milioni di contadini.

“La collettivizzazione non fu solo una politica estrema, dalle tragiche e inaspettate conseguenze, bensì una deliberata scelta per ottenere la sottomissione definitiva del mondo contadino, considerato un baluardo del vecchio regime, incrostato di residui religiosi, culturali e linguistici”.

Il patto fra Germania nazista e Urss, che porta alla Quinta spartizione della Polonia e alla guerra, è ben simboleggiata dalla parata militare congiunta nazi-sovietica di Brest-Litovsk del 22 settembre 1939. L’autrice analizza in dettagllio tutto il corso della Seconda guerra mondiale, gli errori di Hitler e di Stalin, fino alla Conferenza di Yalta che condanna la gran parte dell’Europa orientale a un amaro destino: “Si può parlare di totalitarismo per la pretesa di sottomettere la realtà all’ideologia marxista-leninista-stalinista, ritenuta infallibile, di valore universale e utilizzata come giustificazione per ogni azione coercitiva volta a conseguire gli obiettivi prefissati”. I processi staliniani, in particolare, rappresentano una vera e propria forma di “psicopatologia”.

Tutti i tentativi di riformare il comunismo sovietico si rivelano impraticabili: tanto quello di Chruscev dopo il ‘53, quanto la perestrojka di Gorbachev trent’anni dopo. Ma quest’ultimo introduce anche la glasnost, e per l’Urss è l’inizio della fine.

Sotto El’cin, le riforme ultraliberali del giovane economista Egor Gajdar creano disoccupazione, miseria e sconcerto, ma “nessuno aveva scritto un manuale sul passaggio dal comunismo al capitalismo”. Arrivano la prima guerra di Cecenia (94/95) poi il terrorismo, infine Putin.

Lami smonta con decisione la teoria, tanto cara al Cremlino, della presunta “promessa infranta” sul non-allargamento della Nato a est (“in realtà non esiste nulla di scritto”) e ricorda invece il Memorandum di Budapest (1994) sul trasferimento alla Russia delle testate nucleari ucraine, “una misura che sul lungo periodo si sarebbe rivelata fatale, ma che rientrava nella politica di disarmo globale” cui l’Ucraina non avrebbe potuto sottrarsi.

Mentre la gran parte dei paesi dell’Europa orientale si integrano progressivamente nell’Unione europea e nella Nato, la Rivoluzione delle Rose (Georgia 2003) e Arancione (Ucraina 2004) precipitano in un incubo Putin, che sviluppa una politica sempre più autoritaria e aggressiva, fino a riportare la guerra in Europa. Alla spontanea grande rivolta democratica di Maidan, Mosca reagisce dapprima con l’occupazione della Crimea (2014) poi con l’invasione su larga scala dell’intero paese.

“L’evoluzione democratica dell’Ucraina contrastava visibilmente con l’evoluzione autoritaria impressa da Putin al proprio paese (…) La situazione si è polarizzata, quindi, fra un’Ucraina che ha sempre più teso a proclamarsi democratica ed europeista, contro una Russia sempre più plasmata in senso autoritario e antioccidentale”.

giovedì 23 aprile 2026

Devastazione, di Aharon Reuveni (Ronzani)

 La mia recensione di "Devastazione", di Aharon Reuveni (Edizioni Ronzani) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 22 aprile.

“In quei giorni Ester aveva una preoccupazione ancora più grande. Agli angoli delle strade erano state appese, ed era la seconda volta, le liste dei cittadini ottomani che dovevano presentarsi per il lavoro nell’esercito. (…) C’era qualcosa che non si poteva capire né spiegare: il turco combatte contro l’inglese, cosa c’entrano gli ebrei? (…) Anche il fatto che non li mandassero in battaglia era molto strano. I turchi dicevano che non ci si poteva fidare degli ebrei e dei cristiani perché si sospettava che in segreto parteggiassero per gli inglesi e alla prima occasione sarebbero scappati nel campo nemico”.

Scritto negli anni immediatamente successivi alla Prima guerra mondiale, ma ambientato in una misera Gerusalemme a conflitto in corso, dunque ancora sotto il tallone dei turchi, Devastazione è il terzo romanzo della trilogia “Sino a Gerusalemme” di Aharon Reuveni, ora tradotto e pubblicato per la prima volta in Italia in un’assai pregevole edizione Ronzani. E’ un magnifico romanzo storico, vivido e tragico, considerato “il più crudo e il più riuscito” rispetto ai due precedenti, e anche una struggente storia d’amore dai forti tratti autobiografici.

Il protagonista Meir è un operaio anti-eroico, forte e gentile, non osservante, immigrato di recente dalla Russia. Accanto a lui, la modesta Ester vive con la sua famigliola in condizioni di miseria estrema. Le privazioni devastano la loro povera casa, inducendo il fratello e la sorella di lei a una vita di depravazione. Ne sortisce una storia molto amara, dolorosa, in una Gerusalemme violenta e brutale, brulicante di una comunità ebraica umiliata e impegnata in una miserabile lotta per la sopravvivenza.

La prosa ricca e ricercata di Reuveni presenta tutte le caratteristiche della grande letteratura russa. L’autore rifiuta i canoni tradizionali della letteratura di genere sionista della sua epoca, improntata a esaltare i personaggi eroici e le loro gesta coraggiose, e opta per “uno scetticismo realistico, indisponibile a esaltare le trasformazioni ma capace di affrontarne le sfide”.

Reuveni, nato a Poltava (Ucraina) nel 1886, è stato fra i padri fondatori di Israele; suo fratello, Itzhak Ben-Zvi, è il secondo capo dello stato ebraico, dopo Chaim Weizmann.

Scrive Roberta Ascarelli nella postfazione: “Al suo arrivo nella Terra dei Padri, dopo un viaggio avventuroso dalla Siberia attraverso Cina, Giappone ed Egitto, Aharon Reuveni viene accolto nella piccola cerchia degli scrittori gerosolimitani come un nuovo talento potente e promettente”. I suoi romanzi sono accolti con entusiasmo dagli autori del circolo: questo suo Shamot (Devastazione) è definito “una delle migliori opere della letteratura ebraica”.