Qui di seguito, la mia recensione di Storia dell'Europa orientale - vol. II, di Giulia Lami (Le Monnier) apparsa in seconda pagina sul quotidiano Il Foglio di martedì 21 aprile.
Dopo
il primo volume, uscito nel 2019, dedicato alla Storia dell’Europa orientale da
Napoleone alla Prima guerra mondiale, Giulia Lami – autorevole docente e
saggista - pubblica ora la seconda parte del suo grande lavoro, dal Primo
dopoguerra ai giorni nostri (Le Monnier, 437 pagine, 39 euro).
L’opera
è di assoluto livello accademico e storiografico, uno studio vasto e rigoroso, che
analizza con metodo scientifico e capillare, paese per paese, le guerre e le
vicende politiche che hanno sconvolto quella parte del Vecchio continente, nel
grande turbine del Novecento e in questo primo quarto di secolo.
Nonostante
Versailles e gli altri quattro trattati che ne sono seguiti, e nonostante lo
“spirito di Locarno” (1925) nel giro di poco più di un decennio le fragili democrazie
nate dalla dissoluzione di quattro Imperi cadono come birilli, una dopo l’altra,
sotto il peso dell’inflazione, dei contrasti con le minoranze nazionali, della debolezza
istituzionale e sociale. Al contempo, dilaga ovunque un violento antisemitismo.
Anche se non ideologicamente classificabili come “fascisti”, in senso proprio,
i regimi autoritari si impongo quasi ovunque: solo Finlandia e Cecoslovacchia
mantengono istituzioni democratiche fino alla vigilia della guerra.
Un
intero capitolo, il quarto, è dedicato espressamente a “Fascismo, nazismo e
stalinismo”, con accostamenti e analogie che faranno sicuramente discutere
storici e politologi. Nell’inverno 32/33, mentre Hitler conquista il potere,
Stalin realizza in Ucraina forse il peggiore dei suoi crimini, l’Holodomor
che mette a morte per fame e freddo milioni e milioni di contadini.
“La
collettivizzazione non fu solo una politica estrema, dalle tragiche e
inaspettate conseguenze, bensì una deliberata scelta per ottenere la
sottomissione definitiva del mondo contadino, considerato un baluardo del
vecchio regime, incrostato di residui religiosi, culturali e linguistici”.
Il
patto fra Germania nazista e Urss, che porta alla Quinta spartizione della
Polonia e alla guerra, è ben simboleggiata dalla parata militare congiunta
nazi-sovietica di Brest-Litovsk del 22 settembre 1939. L’autrice analizza in
dettagllio tutto il corso della Seconda guerra mondiale, gli errori di Hitler e
di Stalin, fino alla Conferenza di Yalta che condanna la gran parte dell’Europa
orientale a un amaro destino: “Si può parlare di totalitarismo per la pretesa
di sottomettere la realtà all’ideologia marxista-leninista-stalinista, ritenuta
infallibile, di valore universale e utilizzata come giustificazione per ogni
azione coercitiva volta a conseguire gli obiettivi prefissati”. I processi
staliniani, in particolare, rappresentano una vera e propria forma di
“psicopatologia”.
Tutti
i tentativi di riformare il comunismo sovietico si rivelano impraticabili:
tanto quello di Chruscev dopo il ‘53, quanto la perestrojka di Gorbachev
trent’anni dopo. Ma quest’ultimo introduce anche la glasnost, e per
l’Urss è l’inizio della fine.
Sotto
El’cin, le riforme ultraliberali del giovane economista Egor Gajdar creano disoccupazione,
miseria e sconcerto, ma “nessuno aveva scritto un manuale sul passaggio dal
comunismo al capitalismo”. Arrivano la prima guerra di Cecenia (94/95) poi il
terrorismo, infine Putin.
Lami
smonta con decisione la teoria, tanto cara al Cremlino, della presunta “promessa
infranta” sul non-allargamento della Nato a est (“in realtà non esiste nulla di
scritto”) e ricorda invece il Memorandum di Budapest (1994) sul trasferimento
alla Russia delle testate nucleari ucraine, “una misura che sul lungo periodo
si sarebbe rivelata fatale, ma che rientrava nella politica di disarmo globale”
cui l’Ucraina non avrebbe potuto sottrarsi.
Mentre
la gran parte dei paesi dell’Europa orientale si integrano progressivamente nell’Unione
europea e nella Nato, la Rivoluzione delle Rose (Georgia 2003) e Arancione
(Ucraina 2004) precipitano in un incubo Putin, che sviluppa una politica sempre
più autoritaria e aggressiva, fino a riportare la guerra in Europa. Alla spontanea
grande rivolta democratica di Maidan, Mosca reagisce dapprima con l’occupazione
della Crimea (2014) poi con l’invasione su larga scala dell’intero paese.
“L’evoluzione democratica dell’Ucraina contrastava visibilmente con l’evoluzione autoritaria impressa da Putin al proprio paese (…) La situazione si è polarizzata, quindi, fra un’Ucraina che ha sempre più teso a proclamarsi democratica ed europeista, contro una Russia sempre più plasmata in senso autoritario e antioccidentale”.