Qui di seguito, la mia recensione di "2126. Il futuro degli ebrei", AA.VV. (Edizioni Sopher) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di ieri, venerdì 13 marzo.
“Dopo
i disordini di New York e di altre città americane del 2035, il nuovo rabbino
del gruppo Satmar decise di far emigrare i suoi adepti a Salt Lake City per
metà, e a Hevron Yehudah per l’altra metà. Più di duecentomila Satmar
piombarono sulla città americana, riempiendola di sinagoghe e di scuole. E più
di duecentomila fra ebrei chassidici e sionisti cristiani costruirono le loro
case non lontano dalla Tomba di Abramo, dove una guarnigione americana aveva da
qualche anno sostituito le truppe israeliane”.
Cinque
studiosi, quattro dei quali autorevoli esponenti della comunità ebraica italiana,
si cimentano in un’impresa ardua e rischiosa, accettando la sfida di immaginare
quale possa essere il futuro degli ebrei da qui a cent’anni.
“2126.
Il futuro degli ebrei” (Edizioni Sopher) è un saggio
interessante, non provocatorio, misurato nelle previsioni ma molto serio e
rigoroso nelle analisi. I cinque co-autori prendono in carico, ciascuno, un
singolo aspetto della poliedrica realtà ebraica, proiettando nel futuro alcune delle
tendenze attualmente emergenti nel campo della religione, del popolo,
dell’antisemitismo, del mondo nel suo complesso e dell’ebraismo in particolare.
Dall’Editto
di Granada all’affare Dreyfus, l’antisemitismo ha dimostrato una straordinaria
capacità proteiforme, avvertono gli autori nella prefazione: esso non si
presenta più con i tratti caricaturali del passato. Spesso si maschera da
antisionismo assoluto, o da relativizzazione sistematica della memoria della
Shoah. 2126 mostra di prendere molto sul serio questa lezione. “Il
futuro immaginato dal titolo non è dunque una profezia, ma un orizzonte etico
(…) In filigrana, il libro suggerisce che la sopravvivenza non è soltanto
biologica o militare, ma simbolica”.
La
religione ebraica è in continua evoluzione, spiega Riccardo Di Segni nel primo
capitolo. A partire dall’800 il tema nazionale e politico è entrato “in
tensione” con quello religioso. “Fin dalle origini, nel popolo ebraico vi sono
stati gruppi fortemente religiosi e osservanti e altri assolutamente no, con
tutti i gradi intermedi e non si vede perché non dovrà essere così fra un
secolo”, afferma Di Segni, anche se “tra un secolo la religione sarà articolata
in gruppi di pensiero diversi”.
Chi,
il primo novembre del 2022, avrebbe potuto immaginare cosa sarebbe successo il
7 ottobre dell’anno seguente? si chiede Sergio Della Pergola. Un governo che
prometteva più sicurezza e il controllo dei prezzi si è scontrato con
un’orribile realtà, come infinite altre volte nel passato del popolo ebraico.
“La questione che ci poniamo, guardando ai prossimi cento anni, allora diviene:
è possibile sopravvivere in quanto popolo ebraico, senza pagare prezzi assurdi
e insostenibili come in passato?”. Oggi in Israele, osserva ancora il demografo,
vive il 46% degli ebrei del mondo, ma nel 2035 dovrebbe avvenire lo storico
sorpasso sugli ebrei della diaspora. In Israele, la percentuale di haredim
dovrebbe raddoppiare dall’attuale 15 fino al 30 per cento entro il 2050, con
conseguenze radicali nei settori dell’economia e della difesa.
L’antisemitismo
è una patologia che appartiene alla storia dell’irrazionale, nota Francesco
Lucrezi. “L’antisemita non solo è malvagio, non solo è stupido, è anche un
soggetto disturbato mentalmente”. Per questo non si deve parlare di “cause
scatenanti”, semmai di pretesti. L’antisemitismo è una specie di religione, o
di superstizione, ispirata a un “Dio dell’Odio”: sicuramente fra cento anni ci
sarà ancora.
Per
descrivere il mondo del futuro, Emanuele Calò cita Borges, Jules Verne, Derrida
e altri ancora. Se le forze irrazionali dovessero erodere i sistemi
democratici, le autocrazie potrebbero non limitarsi all’attuale guerra ibrida,
ma “cercare di assestare il colpo finale” mediante il ricorso alla guerra
aperta. Oggi assistiamo attoniti al coinvolgimento delle scolaresche negli odi
mediorientali: è un tratto distintivo del totalitarismo.
E
il futuro dell’ebraismo? La parola conclusiva spetta a Luciano Tagliacozzo:
“Così si alzarono due funzionari, uno era il Segretario delle Nazioni Unite, l’altro era nel Consiglio di Sicurezza. Scesero dal Palazzo, e attraversando Mahaneh Yehudah andarono verso la Nuova Sede delle Nazioni Unite, a Gerusalemme. Il futuro?, chiese uno di loro. Il Rebbe rispose: Il futuro del futuro ci è ignoto, ma noi Israele e le Nazioni ci saremo sempre. Può essere che ce la faremo”.
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