Qui di seguito, la mia recensione di L'ospite regale, di Henrik Pontoppidan (Iperborea) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 11 marzo.
Arnold
ed Emmy sono una coppia apparentemente serena. Vivono in uno sperduto paesino
isolato nella landa danese. Lui è medico, la moglie si occupa dei tre figli
ancora piccoli. Quando hanno dovuto lasciare Copenhagen per trasferirsi in
campagna, sei anni prima, a lei si sono riempiti gli occhi di lacrime, ma poi
si è adattata di buon grado alla felicità domestica, allietata dall’arrivo
della prole.
Nella
vita tranquilla e monotona dei due coniugi, in un pomeriggio di carnevale, fa
improvvisamente irruzione un ospite inatteso. Vittima di un banale imprevisto,
si presenta alla porta un bizzarro personaggio, cerimonioso e facondo, che si
scusa per l’invadenza e promette di andarsene quella notte stessa: si fermerà
solo poche ore.
Il
comportamento dell’intruso è spiazzante. I suoi modi sono impeccabili, anzi fin
troppo ossequiosi, ma davvero stravaganti: per una ragione che vuole mantenere
riservata, l’ospite non intende presentarsi, e propone ai suoi sbalorditi
interlocutori di allestire una cena sontuosa, in abiti eleganti. Del resto, è
carnevale, no? Egli dunque chiede di essere chiamato “Principe Carnevale”. Arnold
è imbarazzato, indeciso, non trova la forza di mettere alla porta l’intruso,
come invece gli suggerisce la moglie. Anzi, prima lui poi lei si fanno
contagiare dall’entusiasmo del visitatore, e stanno al suo gioco. Lei,
lusingata, indosserà il suo vestito rosa più bello, da principessa, mentre lui
sale in soffitta a rispolverare il frac.
Chi
sarà mai l’ospite sconosciuto? Quali segreti si celano dietro alla sua
artefatta cordialità? Ma soprattutto: quale sarà l’epilogo di questo strano
incontro?
“A
differenza di Arnold, che era un po’ annebbiato, reggeva benissimo il vino. Il
colore delle guance gli si era fatto solo un po’ più intenso e la malizia nei
chiari occhi caprini risultava un po’ più evidente. Sembrava un vecchio satiro,
così sorridente con la bocca color dell’uva e i riccioli scuri, un po’
ingrigiti, intorno alla lucente calvizie, come un’autunnale corona di pampini”.
L’ospite
regale (1908) è un romanzo breve, di forte simbolismo
religioso, il cui autore Henrik Pontoppidan (1857-1943) fu premio Nobel per la
letteratura nel 1917. Scritto in piena decadenza, il testo riflette un periodo
di forte crisi dei valori tradizionali e famigliari, riprendendo il mito
biblico della tentazione e della caduta.
Nel romanzo è presente un evidente richiamo a Mefistofele e al demone beffardo del Faust goethiano, scrive Fulvio Ferrari nella postfazione. “All’immagine del diavolo si sovrappone poi quella di Pan, il dio dei satiri che viene a risvegliare desideri negati e rimossi”.
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