venerdì 1 febbraio 2019

"Serotonina", di Michel Houellebecq


Se la buona letteratura è quella che riesce a esprimere lo “spirito del tempo”, senza dubbio Michel Houllebecq deve essere considerato un grande scrittore. Come ha notato Pierluigi Battista, Houelleebcq è particolarmente “fortunato” nel riuscire a pubblicare i suoi romanzi in concomitanza con eclatanti episodi di cronaca, sorprendentemente correlati ai fatti e personaggi narrati. (...)
Florent è un uomo maturo e depresso, schiacciato – prima ancora che dai fallimenti esistenziali e sentimentali – dal suo stesso, cupo cinismo. Il tono dell’io narrante è amaro e sarcastico, un distillato di solitudine e sofferenza che scorre ininterrotto e che non risparmia nulla e nessuno, spietato con il pensiero conformista ma soprattutto con se stesso. Il protagonista un poco alla volta si arrende all’angoscia e si lascia andare in una depressione senza scampo. Grande è l’inquietudine che Houellebecq riesce a trasmettere al lettore. (...)
Come sempre nei romanzi di Houellebecq, il sesso occupa un ruolo centrale. Il racconto del passato amoroso del protagonista, narrato in una prosa disturbante e pornografica, pesante e scurrile, costituisce forse la parte più debole del romanzo, in cui l’autore riesce meno efficace rispetto a opere precedenti. (...)
Dopo la rappresentazione di uno scontro sociale sanguinoso e assurdo, il romanzo scivola verso l’inevitabile epilogo, perché “Parigi, come tutte le città, era fatta per produrre solitudine” e noi “abbiamo forse ceduto a illusioni di libertà individuale”.

A questo link, la mia recensione completa di "Serotonina" di Michel Houellebecq (La Nave di Teseo) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 30 gennaio.



lunedì 28 gennaio 2019

"La bambina che guardava i treni partire", di Ruperto Long (Newton Compton)

Ispirandosi a fatti e personaggi realmente esistiti, l'uruguayano Ruperto Long esordisce nella narrativa con un romanzo storico corale e drammatico, che racconta vicende di guerra e di Shoah, di atrocità e resistenza, di eroi in battaglia e antieroi civili, spasmodicamente impegnati nella lotta quotidiana per l'esistenza. Protagonista principale è la piccola Charlotte, una bambina ebrea belga costretta a fuggire, a nascondersi, a spostarsi di continuo, protetta da un padre angosciato ma ben deciso a salvare la sua famiglia. Per un certo periodo, i Wins trovano un alloggio di fortuna presso una famiglia armena di Lione. 
(...)
Fra i circa trenta personaggi che popolano il racconto, figurano uomini valorosi che si arruolano nella Legione Straniera, rispondendo all'appello del generale De Gaulle; ufficiali nazisti e collaborazionisti servili; avidi doppiogiochisti e sacerdoti coraggiosi; grandi eroi, donne emancipate, gente qualunque.
(...)
Ruperto Long rivisita molti episodi minori del Secondo conflitto mondiale, in particolare le decisive battaglie sul fronte africano. Le pagine del volume sono costellate da una cinquantina di foto d'epoca, che contribuiscono a ricostruire il clima cupo della Grande tragedia europea, e a ricordare l'orgoglio di chi ha saputo resistere e riscattarsi.

A questo link, la mia recensione completa di "La bambina che guardava i treni partire", di Ruperto Long (Newton Compton) pubblicata su Il Foglio del 12 gennaio e gentilmente ripresa da Informazione Corretta.
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=8&sez=120&id=73363

mercoledì 9 gennaio 2019

"Neofascismi", di Claudio Vercelli

Alla caduta del regime, i fascisti “esuli in Patria” devono subito misurarsi con il problema della legalità repubblicana. La guerra fredda e l’impellente necessità di contrastare i comunisti, determinano il prevalere della linea moderata e parlamentare, con la nascita del Movimento sociale italiano. Una scelta che certo non può appagare le correnti più schiettamente anti-democratiche dei reduci di Salò.
(...) Anche Almirante, che succede a Michelini, sembra privilegiare la scelta atlantica, l’anticomunismo, la borghesia della “maggioranza silenziosa”. Rauti rientra nel Msi, ma di nuovo si viene formando una frazione di destra più radicale. I giovani neofascisti guardano a Franco Freda, ad Adriano Tilgher che fonda Avanguardia Nazionale, a Paolo Signorelli che dà vita a Terza Posizione. E’ la lunga stagione delle bombe, della violenza, della lotta armata. L’apice del terrorismo nero è rappresentato dallo “spontaneismo armato” dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) responsabili di ben 33 omicidi in cinque anni. Poi la violenza si placa.
(...) Oggi sono cambiate le sigle, ma la destra neofascista rinasce sempre dalle sue ceneri: Forza Nuova e Casa Pound sono le due aggregazioni maggiori, entrambe caratterizzate da omofobia e antisemitismo, fortemente connessi a una visione ossessiva della difesa razziale. Ora l’estrema destra “riveste i panni di un nuovo plebeismo e ambisce a rappresentare il territorio sociale dell’esclusione”.
A questo link, la recensione completa di "Neofascismi", di Claudio Vercelli (Edizioni del Capricorno) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di oggi.

mercoledì 12 dicembre 2018

Negazionismo turco e genocidio armeno

Una persona che ebbe una nitida comprensione sia del genocidio armeno, sia della mitologia turca, fu Adolf Hitler, con la celebre domanda: “Chi parla ancora oggi dello sterminio degli armeni?”. Siobhan Nash-Marshall, americana, docente di filosofia teoretica, affronta il tema del negazionismo turco con un approccio originale, non solo strettamente storico. (...)
Nell’arco di due anni, l’impero perde la Libia e quasi tutti i possedimenti europei. Ai turchi resta l’Anatolia, il ridotto baluardo di una identità nazionale tutta da inventare. Ma qui convivono forti minoranze musulmane e cristiane: i curdi, i greci, soprattutto gli armeni, “la più mortale delle minacce”.
Occorre “eliminare ogni traccia di armenità: le vite degli armeni, i cimiteri armeni, la cultura armena, la storia armena, l’architettura armena, i nomi armeni (...) Il genocidio è un esempio tremendo e radicale di male morale”. (...)
Nelle conclusioni, Nash-Marshall definisce il negazionismo “un’aggressione intellettuale” e ammonisce: “Il genocidio non si conclude con la sua ultima vittima umana: la negazione continua il processo genocidario”.

A questo link, la mia recensione di "I peccati dei padri -  Negazionismo turco e genocidio armeno", di Siobhan Nash-Marshall (Guerini & Associati) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di oggi.

mercoledì 14 novembre 2018

"L'Argentino", di Ivano Porpora


“Non cambiate mai”, dice l’Argentino sconsolato agli abitanti di San Cristobal. Lo hanno soprannominato così non perché quella sia la sua origine, ma solo perché è venuto da fuori. Da un posto imprecisato, lontano. E’ uno straniero, dunque un estraneo, malvisto e malvoluto. “Non imparate mai”, ripete alla fine del romanzo. Dopo “Nudi come siamo stati”, uscito lo scorso anno, Ivano Porpora si conferma una delle voci più interessanti e innovative nel panorama letterario italiano. (...)
Porpora elabora una forte e appassionata metafora del messaggio evangelico. Il romanzo altro non è, infatti, che una potente trasfigurazione della discesa di Cristo sulla terra: quando il protagonista fa la sua comparsa nel paesino avvolto nella canicola, passa quasi inosservato; ma dopo la sua partenza, nulla sarà più come prima. (...)
“L’Argentino mi guardò in faccia, e fu l’ultima volta che lo fece. Sorrise, e disse: “Non cambiate mai”. Poi si incamminò per la carretera di Arriba, e io non distolsi lo sguardo nemmeno quando non fu altro che un piccolo punto, indistinguibile, che camminava immerso nella calura di un giorno di agosto inoltrato, riverberato dal sentiero liquido che lo specchiava; e chissà se era ancora lui, o un miraggio”.

A questo link, la mia recensione di "L'Argentino", di Ivano Porpora (Marsilio) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di stamane.

domenica 11 novembre 2018

"Bartleby lo scrivano", di Herman Melville


Torna in libreria uno dei più celebri racconti della letteratura classica americana, in una nuova edizione curata da Alessandro Roffeni. Pubblicato per la prima volta nel 1853, due anni dopo Moby Dick, “Bartleby lo scrivano” non ebbe all'epoca il successo che meritava, e che avrebbe riscosso solo molti decenni più tardi: troppo introspettivo e psicologico, troppo moderno e “kafkiano” ante litteram, per i tradizionali canoni della letteratura ottocentesca. (...)

L’introverso Bartleby è irrimediabilmente affetto dal male di vivere. La sua esistenza è incompatibile con l’universo intero, il suo rifiuto a interagire con la realtà è insuperabile e invincibile. Alla richiesta di svolgere le mansioni per cui è stato assunto, egli oppone con garbo e fermezza la celeberrima allocuzione: “Preferirei di no”, parole che lo hanno reso immortale nella storia della letteratura e che sono state anche oggetto di varie trasposizioni cinematografiche. In realtà, quella del giovane scrivano non è una preferenza, ma il grido disperato e muto di chi è impossibilitato a ricoprire qualsivoglia ruolo, nel mondo dei vivi. Bartleby è espressione di una alterità irriducibile: egli non è un “emarginato” (concetto assai più caro alla cultura europea e marxiana) bensì un “marginale”, che si autoesclude prima dalla società, poi dall’esistenza. (...)

A questo link, la recensione completa di "Bartleby lo scrivano" e altri racconti, di Herman Melville (Bompiani) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di martedì 6 neovembre:

venerdì 9 novembre 2018

"Sangue infetto", di Michele De Lucia

La dolorosa e tragica vicenda del “sangue infetto” - cioè della diffusione di sangue e plasma contaminati dai virus dell’Hiv e dell’Epatite C - esplosa in Italia a metà degli anni Novanta, è rivisitata con rigore scientifico e onestà intellettuale da Michele De Lucia, giornalista e saggista con una lunga militanza radicale alle spalle. (...)
 I fatti dunque dimostrano che l’infezione non era evitabile, spiega l’autore; al massimo si sarebbe potuto – con il senno di poi e in minima parte – ridurne la portata. (...)
 Il caso giudiziario esplode in Italia proprio nel ‘95, nel pieno del clima creato da Mani Pulite, mentre imperversa una disinformazione di forte impatto emotivo. La cronaca è viziata da una impostazione scandalistica e ideologica, ma in realtà il “sangue infetto” non ha nulla a che vedere con la “tangentopoli dei farmaci” di quel periodo. (...)
La nostra amministrazione semmai è colpevole per l’estrema lentezza della burocrazia e per la proverbiale inefficienza e inerzia della sanità pubblica: “La misura della bancarotta del sistema Italia è data dagli 11 anni impiegati per arrivare al primo Piano nazionale del sangue (…) e dai 23 anni intercorsi tra la Legge del sangue del ’67 e la riforma del ’90”. (...)

A questo link, la mia recensione completa di "Sangue infetto", di Michele De Lucia (Mimesis) pubblicata sul quotidiano Il Foglio qualche settimana fa e da ieri anche on line.