mercoledì 21 dicembre 2022

Dove non mi hai portata, di Maria Grazia Calandrone (Einaudi)

Qui di seguito, la mia recensione di Dove non mi hai portata, di Maria Grazia Calandrone (Einaudi) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di oggi.

“Lucia, invece, fa i numeri del circo e il padre la insegue col fucile lungo il corso principale del paese. Altri genitori legano le figlie ribelli a un albero coperto di formiche e le lasciano lì tutta la notte, per piegare la loro volontà a matrimoni indesiderati”.

Ancora negli anni Cinquanta – dunque in un’epoca non poi così lontana – era normale che nelle campagne abruzzesi una ragazza da marito fosse caricata di legnate e persino minacciata di morte dal padre, per essere costretta a sposarsi con un uomo insulso e impotente, considerato lo scemo del paese, in cambio di un terreno limitrofo alla proprietà della famiglia di lei.

Dimostrando una forza d’animo davvero ammirevole, a oltre cinquant’anni dai fatti, Maria Grazia Calandrone trova il coraggio di esplorare la misera storia che porta al suicidio congiunto dei suoi genitori, che si lasciano affogare nel Tevere nell’estate del ’65, dopo aver abbandonato la loro bambina di otto mesi in un prato di Villa Borghese.

Ne sortisce una biografia di sconfinata amarezza e ingiusto dolore, un procedere difficile, indaginoso, disturbante, appena attenuato dalla dolcezza di alcune testimonianze. L’autrice, poetessa pluripremiata, scrive con penna malinconica e toccante: la poesia si impone in molti passaggi, la stessa prosa si adagia spesso nell’endecasillabo.

Tutto è incentrato sulla figura disperata e tragica di Lucia, per sette anni bloccata in un matrimonio neppure consumato. La famiglia di origine la respinge, la famiglia di adozione, offesa del rifiuto iniziale, la maltratta e la affama. Lucia, ridotta a una schiava, è costretta a mendicare qualcosa dai vicini; lui la spinge con il forcone, come si usa con i maiali. Tutto il paese sa, e tace.

In circostanze casuali, Lucia si lascia sedurre da Giuseppe, capomastro di 56 anni, sconcertato di trovarla illibata. I due fuggono. Come per tutti i meridionali in cerca di riscatto, Milano è al contempo un traguardo e un miraggio. Lei ha il pancione, lui è ormai anziano, il “miracolo economico” significa anche licenziamenti, lavoro nero, indigenza, povertà assoluta. Anche la nascita di Maria Grazia è occasione di mortificazione, discriminazioni, rifiuti: la legge italiana di quegli anni è un incubo, per un’adultera. Lucia e Giuseppe si arrendono, stanchi delle troppe sofferenze e ingiustizie patite nel corso di una vita grama.

Scrive Maria Grazia alla madre sconosciuta: “Spero che mentre te ne vai, Lucia, risenti le campane della festa, che fanno piovere larghezza e fiori sulla campagna ancora addormentata. Spero che finalmente ti riposi”.


lunedì 28 novembre 2022

Due libri di Antonia Arslan

Qui di seguito, l'articolo a mia firma pubblicato a pagina 2 del quotidiano Il Foglio di giovedì 24 novembre.

LUCI NELLA TRAGEDIA. Fare memoria del genocidio armeno affinché non si ripeta. Due libri di Antonia Arslan.

A diciotto anni dall’uscita del suo capolavoro, La masseria delle allodole, Antonia Arslan torna a indagare sul destino tragico della sua famiglia, massacrata, deportata e dispersa nel corso del genocidio armeno. Che fine ha fatto Aghavnì? Solo dall’incontro con un lontano cugino, e a partire dal ritrovamento di una vecchia fotografia, riemerge dal passato una verità dimenticata, ora trasposta in un breve romanzo (Il destino di Aghavnì, Edizioni Ares, 120 pagine) dalla penna delicata e sensibile della scrittrice contemporanea italiana più tradotta nel mondo.

Nella Piccola Città dell’Anatolia centrale, in “giorni calamitosi”, una famigliola – la donna, suo marito Alfred, il vivace Garò e la piccola Zabel – scompare nel nulla. I quattro sono usciti di casa a piedi, diretti all’abitazione di zia Annette, dove però non sono mai arrivati. Nessuna traccia, nessun testimone. Le due importanti famiglie, angosciate, si riuniscono in consiglio per valutare il da farsi, ma dall’incontro emerge solo la necessità di nuove informazioni. Non si sa a chi rivolgersi: delle autorità non c’è da fidarsi, e anche ungendo qualche funzionario, non si ottiene nulla; i turchi in strada sono omertosi, si fingono partecipi, ma sanno cosa bolle in pentola e già adocchiano la loro parte di bottino. Di lì a poco, tutti gli armeni saranno spazzati via e le loro case saccheggiate.

In realtà, un testimone rivela che Aghavnì e i suoi sono stati rapiti dai curdi: una sorte orribile, che però vale a sottrarli allo sterminio. La vita nella tribù curda è dura, umiliante, oppressiva, chi tenta di fuggire paga con la vita; ma anche nelle circostanze più avverse, la forza insopprimibile e dirompente del messaggio cristiano riuscirà a riemergere, e a inoculare nei cuori più duri un germe di speranza e di pace.

La conclusione, così fortemente intrisa di spirito religioso, è possibile anche grazie alla figura simbolica di Selim il fabbro, il cui vero nome Torkom, un profugo armeno originario della valle di Mush. Questo personaggio rappresenta l’elemento di collegamento con un altro romanzo breve della Arslan, Il libro di Mush (150 pagine) apparso una prima volta nel 2012 e ripubblicato quest’anno da Bur-Rizzoli, con una nuova prefazione dell’autrice.

Quest’altra opera racconta, sempre in forma romanzata, la vicenda del salvataggio di uno dei più antichi e preziosi manoscritti armeni, l’Omiliario di Mush (il Libro dei Sermoni) ricco di miniature finissime e disegni pregiati. Si tratta di una raccolta di omelie composta fra il 1200 e il 1202, su commissione di un devoto mercante. La preziosa reliquia fu effettivamente custodita dai monaci di Surp Arakelots, nella valle di Mush, per sette secoli.

Nel romanzo, uno sparuto gruppo di sopravvissuti armeni – due giovani donne, un bambino e una coppia di greci, su cui veglia un Angelo muto – ritrova il sacro volume fra le macerie del monastero distrutto, e con una lunga marcia verso il Caucaso, fra infinite vicissitudini, riesce a portarsi da Mush a Erzurum, fino a Etchmiadzin, nel territorio sotto il controllo russo, dove le autorità religiose armene metteranno in salvo il prezioso carico. Oggi l’Omiliario di Mush, il più grande manoscritto armeno esistente, è esposto nella grande biblioteca di Yerevan, testimone della cancellazione di un popolo millenario dalle sue terre d’origine.

Nelle settimane scorse, il presidente/dittatore turco Recep Tayyip Erdogan, dimentico della favola del lupo e dell’agnello, ha accusato gli armeni di “genocidio” - proprio così - nei confronti degli azeri, per quanto accaduto nel Nagorno Karabagh. Grandi nuvole nere tornano ad addensarsi nei cieli sopra l’Armenia.

 

 

 

 

 

 


venerdì 28 ottobre 2022

Il lupo di Skopje, di Annick Emdin (Astoria)

 Qui di seguito, la mia recensione di Il lupo di Skopje, di Annick Amdin (edizioni Astoria) apparsa sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 26 ottobre.

Senza esitare, d'istinto, Clémence si tuffa nell'acqua gelida e salva la vita a un giovane che si è buttato nel fiume dall'alto di un viadotto. Lo rianima, lo porta a casa, lo nutre. Ma il ragazzo, Jan, rapidamente si eclissa. Dopo qualche giorno, Clémence lo ritrova in un vicolo squallido e malfamato, chiuso in sé stesso e dedito al piccolo spaccio.

Nuovamente la donna si offre di aiutarlo, gli lascia il suo recapito; lui mostra indifferenza ma, contro ogni previsione, si presenta poi in cerca di ospitalità e sostegno. Clémence e Davide sono una coppia di mezza età, in crisi e senza figli, vivono in una bella casa in cui però manca da tempo l'armonia. I due decidono di accogliere Jan come un figlio e di farsi carico dei suoi problemi: una scelta che sconvolgerà drammaticamente la loro esistenza.

Clémence è turbata. Ha 45 anni, si sente sola e trascurata dal marito, è frustrata professionalmente e sessualmente. Ora la eccita la presenza del ragazzo, che potrebbe essere suo figlio: si sente attratta, nutre pensieri inconfessabili e peccaminosi.

Chi è in realtà Jan? Qualcosa di oscuro si nasconde nel suo passato. Ha l'aspetto tipico del giovane balcanico, un lupo solitario disadattato e asociale. Ha soltanto 17 anni, ma con l'aria del duro, cresciuto troppo in fretta e abituato a vivere nei guai. Jan è cinico, strafottente, impunito, anche se sotto la scorza rivela un cuore sensibile, una spiccata intelligenza e un disperato bisogno d'amore.

"L’unica cosa che è rimasta a me è il coltello. E’ un bellissimo coltello, a serramanico. (…) Quando tiri fuori il coltello ci sono quelli che arretrano e quelli che no. In generale se non arretrano vuol dire che ce l’hanno pure loro, il coltello. Ho usato il coltello contro una persona sei volte. Cinque per ferire, per spaventare. Una volta sola, per uccidere”.

Jan è l'unico personaggio a esprimersi in prima persona, con visioni allucinate e tratti autistici. Con lo scorrere delle pagine, dalla lontana Macedonia emerge una storia di sfruttamento, sopraffazione e disperazione; un ambiente degradato, dove sesso e prostituzione sono gli ingredienti quotidiani di una vita dura e violenta. Il testimone narrativo passa da un personaggio all'altro, da Skopje all'Italia, avanti e indietro nel tempo, in un crescendo avvincente e drammatico.

Il lupo di Skopje è un tipico romanzo di formazione, un racconto corale, a più voci, come già il precedente Io sono del mio amato (2020) lavoro d’esordio della Emdin: anche in questo caso, non mancano i messaggi positivi, la voglia di riscatto, la speranza. 

mercoledì 26 ottobre 2022

La fornace, di Thomas Bernhard (Adelphi)

Qui di seguito, la mia recensione di La fornace, di Thomas Bernhard (Adelphi) apparsa a pagina 2 del quotidiano Il Foglio di giovedì 20 ottobre.

Come tutti i romanzi di Bernhard, anche La fornace - uscito nel 1970 e ora ripubblicato da Adelphi - prende le mosse da un fatto tragico e definitivo: Konrad, il tormentato e nevrotico protagonista, ha ucciso la moglie inferma sparandole a bruciapelo con un fucile da caccia. Non c’è scampo, non c’è salvezza, per i personaggi bernhardiani: sono contrassegnati in partenza da un’aporia, un finale preannunciato e ineludibile, e sono destinati a soccombere. Il lettore lo sa, dalle prime righe.

Il resto del romanzo non è che la rappresentazione minuziosa e ripetitiva, martellante, di una duplice ossessione: la fornace innanzitutto, ambiente lugubre e kafkiano, freddo e vuoto, ansiogeno come nessun altro, con le sbarre alle finestre e le porte sprangate; e lo stesso Konrad, un uomo che racchiude in sé alcuni fra i peggiori difetti dell’essere umano.

Konrad è nevrotico e forse anche psicotico, è vessatorio e maniacale, frustrato da una fissazione che lo tormenta da decenni: la stesura di un saggio sull’udito, del quale ha a malapena concepito il sommario, ma che sostiene di avere “tutto nella testa”. Ovviamente, egli imputa a fattori esterni (luoghi, persone) la sua incapacità/impossibilità di scrivere, per questo tortura la moglie con esperimenti estenuanti e terribili. A tratti la consapevolezza sembra farsi strada in lui, ma la coazione a ripetere ha sempre il sopravvento, e conduce all’atroce epilogo.

“La nostra meta era la fornace, la nostra meta era la morte attraverso la fornace (…) questo non poteva che condurre prima alla disperazione, poi all’inaridimento mentale e affettivo, e infine alla malattia e alla morte”.

Questo ambiente, e questa fissazione, sono il romanzo stesso. Nei lavori di Bernhard, si illude chi crede di rintracciare una trama, una storia. “Io sono un tipico distruttore di storie”, disse di sé in un’intervista l’autore austriaco. Nell’anno della scomparsa (1989) Aldo Gargani scrisse che l’intera opera di Bernhard “rappresenta la più potente e drastica domanda di senso del nostro tempo (…) una spirale espressiva nella quale senso e non senso, verità e menzogna, realtà e finzione risultano inestricabilmente intrecciati, come dannati compagni di viaggio di un’ossessione mortale”. La fornace compendia bene questo giudizio.

“La loro vita in comune era stata uno sbaglio sin dall’inizio, ma, a essere sinceri, avrebbe detto Konrad a Fro, quale vita in comune non è sbagliata, quale matrimonio non è completamente sbagliato, insensato, e quindi, una volta avvenuto, non diventa insincero, spaventoso, quale amicizia non è inganno, quante fra le persone che convivono possono dire in tutta sincerità di essere felici o perlomeno di essere ancora sé stesse?”

Nel rappresentare la follia di Konrad, Thomas Bernhard - considerato forse il maggiore scrittore di lingua tedesca della seconda metà del Novecento - trova anche lo spazio per un’autocitazione: “Mi rimandava a quel suo connazionale che fa lo scrittore, il quale, a leggere i suoi scritti, non poteva che sembrare un pazzo che scrive, mentre era proprio tutto il contrario di un pazzo”.

giovedì 22 settembre 2022

Abbandono, di Elisabeth Asbrink (Iperborea)

Qui di seguito, la mia recensione di Abbandono, di Elisabeth Asbrink (Iperborea) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di ieri.

Dopo il bellissimo 1947 (Iperborea, 2018) Elisabeth Asbrink torna a catturare il cuore del lettore, stavolta con un libro schiettamente autobiografico.

Abbandono è la storia difficile e dolorosa di tre donne – Rita, Sally e Katherine – cioè la nonna e la madre dell’autrice, e l’autrice stessa.

Rita, figlia di immigrati tedeschi di umilissime origini, incontra a Londra un uomo dal nome affascinante, Vidal Coenca. Se ne innamora, aspetta un bambino. Lui reagisce freddamente: promette di farsene carico, ma rifiuta di sposarla, perché è ebreo. Proviene da una tradizionale famiglia sefardita di Salonicco, spezzerebbe il cuore alla madre e subirebbe l’ostracismo della comunità.

Ancor più di Rita, sarà sua figlia Sally a soffrire le conseguenze di questo rifiuto. La ragazzina mostra insofferenza nei confronti del padre, presente solo saltuariamente; si sente indifesa di fronte all’antisemitismo montante (siamo all’epoca del movimento fascista inglese di Oswald Mosley) e si ribella all’acquiescenza della madre. Sally fugge in Svezia, dove incontra e sposa - ecco la coazione a ripetere - un ebreo ungherese scampato alla Shoah. Il matrimonio sarà un completo fallimento.

Toccherà dunque a K. la Guerriera, dopo un’infanzia orribile a causa delle continue crisi di nervi della madre, che le impedisce di vedere e persino di nominare il padre, la dura opera di ricostruzione della vicenda familiare e di ricerca delle sue radici ebraiche.

“Ci vuole una buona dose di oblio, per poter vivere. Ma la rimozione è altro, rispetto all’oblio (…) La vera follia è lasciare che l’oblio prenda il sopravvento. Chi non vuole ricordare perde sé stesso, e allora restano solo le menzogne”.

Abbandono diventa così, nella terza parte, anche la storia tragica degli ebrei sefarditi, dalle prime stragi alle persecuzioni dell’Inquisizione, alla cacciata dalla Spagna del 1492, all’approdo e insediamento a Salonicco, fino alla completa cancellazione - cinque secoli dopo – dovuta alla Shoah. Dei 49.000 ebrei deportati, ne sopravviveranno solo 800.

Nella sua sofferta indagine, Katherine rinviene le lapidi di marmo, ricavate dallo sbancamento del cimitero sefardita di Salonicco, deciso ancor prima della deportazione dalle autorità locali greche. Greche, non naziste. Ancora oggi, quelle lapidi – opportunamente rovesciate - servono a lastricare le chiese, il teatro, la pavimentazione della piazza, persino i cessi pubblici della città, cio che induce la terza protagonista a chiudere il suo racconto con le parole definitive: “Io non perdono”.

mercoledì 22 giugno 2022

"Cose dell'altro mondo. Pirandello e Dante", di Annamaria Andreoli (Ed. Salerno)

Qui di seguito, la mia recensione di "Cose dell'altro mondo. Pirandello e Dante", di Annamaria Andreoli (Ed. Salerno) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di oggi.

“Diversi nodi avvincono Pirandello a Dante”, spiega Annamaria Andreoli, studiosa di letteratura italiana e presidente dell’Istituto di Studi Pirandelliani di Roma. Gli esempi si sprecano. Nel mezzo del cammino della sua vita, il trentatreenne Mattia Pascal sperimenta una sorta di passaggio fra la vita e la morte, sia pure intesa come “morte civile”; nel capitolo finale di Uno, nessuno e centomila, il protagonista Vitangelo Moscarda mormora sconfortato fra sé e sé: “Quest’albero, respiro tremulo di foglie nuove. Sono quest’albero”, emulo del suicida Pier Della Vigna, trasformato in pianta per la legge del contrappasso, nel celebre Canto XIII dell’Inferno. E così via.

In realtà, il giovane Pirandello ha respirato Dante in famiglia fin dalla più tenera età. Nel corso delll’800, il sommo poeta è il Padre della patria e simbolo del Risorgimento italiano; per il padre di Luigi, fervente patriota, battersi a fianco di Garibaldi e leggere Dante sono una cosa sola.

In seguito, l’opera di Pirandello resta legata a Dante in modo indissolubile. Il 1921, sesto centenario della morte di Dante, è l’anno del debutto di Sei personaggi in cerca d’autore, che procura a Pirandello il successo internazionale. Questa commedia, osserva Andreoli, “racchiude come in uno scrigno vari omaggi danteschi, che molto suggeriscono sui rapporti che lo scrittore da sempre intrattiene con la Divina Commedia”, in particolare per la “doppia esistenza” di alcuni personaggi che Dante incontra durante il suo viaggio nell’Aldilà. Anche l’Enrico IV, pubblicato alla fine dello stesso anno, può e deve essere interpretato come un’opera ricca di influssi danteschi – l’unica che Pirandello abbia ambientato in pieno Medioevo.

In occasione delle celebrazioni di quell’anno, Pirandello pubblica su “L’Idea Nazionale” un articolo, “La poesia di Dante”, nel quale egli lo interpreta come poeta della passione civile, della denuncia, dell’invettiva indignata. Caratteristiche, inutile dirlo, che egli rivendica come proprie, e che ben si attagliano al suo carattere scostante e sulfureo.

Del resto, nell’opera di Pirandello, le invettive politiche “dantesche” erano risuonate per tempo: “La mia patria se la mangiano i cani… Io odio l’Italia d’oggi, personificata nel suo Re galantuomo e imbecille, che siede su un trono merdoso…”. Nel Fu Mattia Pascal leggiamo una tirata in piena regola contro la democrazia: “Bel guadagno essere governati dalla maggioranza; quando i molti governano… si ha la tirannia più odiosa: la tirannia mascherata da libertà!”.

martedì 7 giugno 2022

"Il rovescio dell'abito", di Marta Morazzoni (Guanda)

Qui di seguito, la mia recensione di "Il rovescio dell'abito", di Marta Morazzoni (Ed. Guanda) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 1 giugno.

Parigi, 1932. La marchesa Luisa Casati Stampa di Soncino è rovinata. Una delle donne più ricche d’Europa ha dilapidato il suo immenso patrimonio in vestiti, feste, ricevimenti e altre frivolezze ancor più costose, naturalmente senza accorgersene, tutta concentrata com’era su sé stessa e sull’irresistibile necessità di manifestare la sua innata eleganza. Le dà la ferale notizia il fedele avvocato Bassi, amministratore scrupoloso e uomo impacciato, scosso nell’intimo da sentimenti timidi e confusi.

Come spesso accade in queste circostanze, con la ricchezza Luisa perde anche gli amici, in particolare “quel” tipo di amici: ammiratori, adulatori e imitatori invidiosi, incapaci di eguagliare una raffinatezza inarrivabile. Da parte dell’ex-marito, il marchese Camillo Casati, può aspettarsi solo irritazione e sarcasmo, nessuna solidarietà, e meno che mai nessun aiuto sostanziale. Del resto, la massa debitoria è tale da rendere impossibile qualsiasi tentativo di salvataggio.

“Perciò affonderà? azzardò a concludere la dama, esprimendo una preoccupazione che corrispondeva a un interiore, malcelato tripudio, sebbene nemmeno nel profondo di sé lo avrebbe ammesso. Ma nella comunità compatta dei ricchi, da cui il favoloso mondo della marchesa Casati era stato accolto sempre con indulgenza sospettosa, la bomba esplosa in quei giorni faceva correre un brivido di inconfessato piacere. Più nelle donne che negli uomini, bisogna riconoscerlo”.

Luisa si rifugia nella malinconia e vaga nei ricordi. Riemergono le galanterie di Gabriele D’Annunzio, le pose per i ritratti di Boldini - il più noto è in copertina del libro - e soprattutto i vestiti creati da Olga, la sua umile e fedele sarta personale. Vendere per monetizzare qualcosa risulta impraticabile ma, fra i molti oggetti preziosi si salva dal sequestro una magnifica collana di rarissime perle nere. Il gioiello, che vale una fortuna, diviene esso stesso centro e anima del romanzo, un tappo di sughero fra i marosi dell’oceano in tempesta.

Fra i due uomini, il Bassi e il Casati, nasce una sorta di amicizia virile, nella quale ciascuno mostra con cautela le proprie fragilità. Sarà la sontuosa collana di perle nere a rivelare i sentimenti inconfessabili dell’uno e dell’altro.

Nella pagina introduttiva, Marta Morazzoni confessa: “Credevo non fosse da me addentrarmi nel mondo che lei ha impregnato del suo egocentrismo, ma mi sono affacciata sulla soglia, ho dato più di un’occhiata e ho dovuto ammettere che il contagio c’è stato”.