venerdì 14 giugno 2019

"Una merce molto pregiata", di Jean-Claude Grumberg


(...) Il romanzo è ispirato a un episodio della Shoah realmente accaduto, sul quale si è indagato a lungo. Una famiglia con un neonato è deportata in un vagone piombato, il  destino della creatura appare segnato. Approfittando di un rallentamento del treno, il piccolo fagotto viene fatto passare da una finestrella e lasciato cadere nella neve lungo la ferrovia. Meglio affidarlo al caso, che a una morte certa. Una contadina intravista di passaggio forse lo raccoglierà, forse avrà pietà di lui. Forse, potrà vivere. (...)
“Il treno sbuffa e avanza. Ma stavolta, passando, le risponde (...) Dapprima  è spuntata dalla stretta finestrella un lembo di stoffa, brandito da una mano, una mano umana o divina, che lo lascia di colpo, e la stoffa va a depositare il suo fardello nella neve (...) La povera boscaiola si precipita sul fagottino poi avidamente, febbrilmente, scioglie i nodi come se scartasse un regalo misterioso. A quel punto appare, che meraviglia!, l’oggetto, quell’oggetto che desiderava da tanti giorni, l’oggetto dei suoi sogni”. (...)
Quell’esserino deve vivere. Occorre nutrirlo, fargli trangugiare qualcosa. Occorre procurarsi del latte, anche a costo di addentrarsi nei luoghi più reconditi e pericolosi.
“In breve, ha raggiunto quella parte del bosco dove nessuno si avventura senza tremare nè rimettere l’anima a Dio. Ai margini trova il buio perenne che regna in quella parte del bosco. Spia all’interno. L’uomo è lì? La sta vedendo? E la capra? La capra è ancora al mondo? Dà ancora latte?”.

A questo link, la recensione completa di "Una merce molto pregiata", di Jean-Claude Grumberg (Edizioni Guanda) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 12 giugno.


venerdì 10 maggio 2019

"Pseudo", di Romain Gary


Nel 1976, al netto di ogni successivo retroscena, “Pseudo” appare alla critica come un libro un po’ troppo originale, forse persino strambo. Emile Ajar, misterioso pseudonimo, in precedenza ha già dato alla luce due romanzi, “Mio caro pitone” e “La vita davanti a sé”, quest’ultimo coronato da grande successo e vincitore del Premio Goncourt l’anno prima. Successivamente, dietro allo pseudonimo di Ajar si palesa un giovane sconosciuto, Paul Pavlowitch, scrittore nevroticissimo ma promettente. Piccola curiosità, Pavlowitch è figlio di una cugina di Romain Gary, vecchia gloria della letteratura francese, avviato a un malinconico tramonto. (...)
Per sottolineare il suo sofisticato doppio gioco, Gary avrebbe voluto intitolare il romanzo “Pseudo pseudo”, ma questo si verrà a sapere solo dopo il suicidio, nel 1980, quando fra le sue carte verrà ritrovato il sarcastico “Vita e morte di Emile Ajar”, in cui egli racconterà tutti i trucchi del mestiere. Per chi ama Gary, per chi ha seguito il suo straordinario percorso letterario ed esistenziale, Pseudo è un libro autoironico, leggiadro, imperdibile.
A questo link, la recensione integrale di "Pseudo" (Neri Pozza) pubblicata sul quotidiano il Foglio di mercoledì 8 maggio.
https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2019/05/08/news/pseudo-253469/

martedì 7 maggio 2019

"George Eliot e la nascita dello Stato ebraico", di Elia Boccara

"Nel bicentenario della nascita, Giuntina rende omaggio - con un’edizione di gran pregio - a George Eliot, (pseudonimo di Mary Anne Evans, 1819 – 1880) una delle maggiori scrittrici inglesi del XIX secolo, autrice fra l’altro del capolavoro “Daniel Deronda” e straordinaria anticipatrice del sionismo. (...)
"Boccara ripercorre la biografia e le opere di una donna colta e anticonformista, capace di convivere more uxorio con un uomo nel bel mezzo dell’Inghilterra vittoriana, poi si concentra sull’ultimo romanzo, considerato una tappa fondamentale nel processo di risorgimento nazionale del popolo ebraico. (...)
"Daniel Deronda è un romanzo-fiume che uscì a puntate nel 1876 (meritoriamente ripubblicato in Italia lo scorso anno da Fazi) .... Il protagonista, figlio adottivo, scopre le sue origini ebraiche, sposa un’ebrea e decide di trasferirsi in Palestina, con la missione di concorrere alla fondazione di uno Stato nazionale, affinché anche gli ebrei abbiano un giorno il loro focolare domestico, “come gli inglesi”. (...)
"Ha scritto il critico K.M. Newton: “Se si chiedesse a qualcuno di votare per il lavoro letterario che ha avuto il più grande effetto sul mondo (…) allora Daniel Deronda dovrebbe essere uno dei più importanti contendenti. Un argomento potrebbe essere che, senza quel libro, lo Stato di Israele avrebbe potuto non esistere".
A questo link, la mia recensione completa del libro, pubblicata dal quotidiano Il Foglio di stamane e ripresa dalla testata on-line Informazione Corretta.

giovedì 18 aprile 2019

"La lettera di Gertrud", di Bjorn Larsson

Considerato forse il maggior scrittore svedese vivente, Bjorn Larsson torna al centro dell’attenzione della critica con un romanzo di bruciante attualità. (...)

Martin Brenner porta le ceneri di sua madre Maria in riva al mare per disperderle al vento, secondo la volontà della defunta. Lo accompagnano l’amata moglie Cristina e la loro piccola Sara. L’immagine iniziale della bella famiglia borghese, dolce e idilliaca, è destinata a essere travolta da una sconvolgente rivelazione: in una lettera al figlio, Maria racconta di essere un’ebrea sopravvissuta ad Auschwitz e che in realtà il suo vero nome è Gertrud. Il padre che Martin non ha mai conosciuto era anch’egli ebreo, ma Maria ha preferito crescere Martin da sola, per impedire che il figlio fosse ebreo e preservarlo così da eventuali nuove persecuzioni. (...)
Larsson dipinge un quadro a tinte fosche della società contemporanea, in una visione tipica dell’intellettuale “liberal” europeo. I fatti potrebbero svolgersi in un qualunque paese del Vecchio continente, dove dilagano nazionalismo e populismo, xenofobia e razzismo, islamofobia e violenza antisemita. L’odio scorre rapido come un fiume in piena, veicolato da Facebook e dai talk-show televisivi. (...)
Martin pagherà a carissimo prezzo le sue illusioni e i suoi errori: “Forse aveva ragione Samuel, quando gli aveva detto che scegliere di non essere ebreo non sarebbe stato facile come immaginava. Avevo l’impressione che, raccontando, Martin cominciasse a rendersi conto di avere sopravvalutato la possibilità di decidere da solo chi era”. (...)

A questo link, la mia recensione completa di "La lettera di Gertrud", di Bjorn Larsson (Edizioni Iperborea), pubblicata sul quotidiano Il Foglio di ieri.
https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2019/04/17/news/la-lettera-di-gertrud-bjorn-larsson-una-fogliata-di-libri-250074/?fbclid=IwAR2vLePmi-IQdg-4nLf2gbg54INDYfEuhTOQpAnxI01-w6JFkhkyl1nYc4s

mercoledì 3 aprile 2019

"La stella e la mezzaluna", di Vittorio Robiati Bendaud

Qui di seguito, la mia recensione di "La stella e la mezzaluna - Breve storia degli ebrei nei domini dell'Islam", di Vittorio Robiati Bendaud (Guerini e Associati) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di ieri.

“Il primo secolo delle conquiste arabo-islamiche, estremamente celeri ed eccezionalmente vaste, corrispose a uno spartiacque nella storia dell’umanità; un evento unico, che mutò radicalmente le sorti del mondo”. Muove da questa basilare considerazione l’interessante saggio storico-religioso che Vittorio Robiati Bendaud dedica ai tormentati rapporti fra Islam e popolo ebraico.
La vita degli ebrei nei domini islamici è caratterizzata soprattutto dall’istituto giuridico-teologico della Dhimma, l’ambiguo “patto di protezione” che costringeva gli ebrei a versare un tributo con umiliazione, in una condizione sospesa “fra riconoscimento e svilimento, tra accettazione e sottomissione, tra discriminazione e persecuzione”.
L’espansione islamica rivela fra l’altro un particolare paradosso: la civiltà “giudaico-cristiana”, come oggi la intendiamo, è di nascita relativamente recente, preceduta da un lunghissimo periodo di persecuzioni; viceversa, la convivenza dell’ebraismo in seno all’Islam dura assai più a lungo e in profondità – e si conclude solo alla metà del Novecento.
Quando l’Islam muove alla conquista della Spagna, ad esempio, i cripto-ebrei sopravvissuti accolgono gli arabi come liberatori. Dopo la breve parentesi del califfato di Cordova, aperto e tollerante, seguiranno un po’ ovunque atroci persecuzioni, a testimoniare che il cosiddetto “periodo andaluso” non fu affatto così buono, come idealizzato da una certa storiografia.
Secoli più tardi, con la conquista di Costantinopoli, l’impero ottomano diviene la più grande potenza mondiale, e di nuovo gli ebrei collaborano alla sconfitta dei cristiani, loro storici persecutori. Gli ottomani accolgono favorevolmente l’immigrazione ebraica cacciata da Spagna e Portogallo; i sefarditi trovano accoglienza a Salonicco, a Rodi, nella stessa Costantinopoli e un po’ ovunque. Dopo il 1517, molti tornano a Gerusalemme e in “Eretz Israel”. Gli ebrei vengono così a costituire un “Millet”, una comunità autonoma in seno all’impero, come gli armeni e i greci, con i quali spesso si troveranno a condividere la sorte.
Nella seconda parte del saggio, l’autore tratta delle successive, sistematiche persecuzioni e massacri che gli ebrei patiscono in terra musulmana, fino al 1917 – esattamente quattro secoli dopo - quando gli inglesi liberano Gerusalemme dagli ottomani e si impegnano nella dichiarazione Balfour. Tutto ciò che per gli ebrei costituisce una speranza di liberazione - gli Stati nazionali, la modernità, il diritto, la laicità, le libertà individuali - per gli arabi è tradimento e complicità con il colonialismo: l’Islam è teocratico e dunque non secolarizzabile. Con la nascita di Israele, scompaiono tutte le comunità arabo-giudaiche e, con esse, l’intero ebraismo orientale.

mercoledì 13 marzo 2019

"Cucinare un orso", di Mikael Niemi


Apertamente ispirato a “Il nome della rosa”, il libro è ambientato alla metà ’800 in un piccolo paese della Svezia, e narra la vicenda di Laestadius (...) Co-protagonista del romanzo, accanto al pastore, è Jussi, l’io narrante, un giovane e sventurato ragazzo lappone (...)
Una ragazza improvvisamente scompare, gettando il villaggio nello sconforto e nell'angoscia. Il pastore e il suo giovane segugio mettono a frutto le conoscenze scientifiche, lo spirito d’osservazione, la logica empirica, infine trovano il cadavere della giovane, la cui morte viene sbrigativamente attribuita all'aggressione di un orso. Apertamente ostile a Laestadius è il pigro e ambiguo procuratore Brahe, un ubriacone tronfio e cialtrone, desideroso di archiviare rapidamente la pratica, contro ogni evidenza. (...)
Alla metà del XIX secolo, le impronte digitali, le prime fotografie, le nuove scoperte della chimica non sono ancora ammesse nelle aule dei tribunali. La modernità avanza lentamente, la verità fatica a farsi strada e la giustizia non è di questo mondo.

A questo link, la mia recensione completa di "Cucinare un orso", di Mikael Niemi (Iperborea) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di oggi.

giovedì 28 febbraio 2019

"Retorica della transigenza", di Carlo Gambescia


Qui di seguito, la mia recensione del bel saggio di Carlo Gambescia su Giano Accame, nel decennale della scomparsa, pubblicata sabato scorso 23 febbraio sul quotidiano Il Foglio.

A dieci anni dalla scomparsa di Giano Accame, uno dei più vivaci e brillanti intellettuali della destra post-fascista, Carlo Gambescia dedica questo colto pamphlet all’amico di un tempo, protagonista di innumerevoli e appassionate discussioni, ricche di affinità elettive.
L’approccio dell’autore è quello tipico del sociologo, volto cioè non a scrivere una biografia politica di Accame, bensì a individuare le categorie, le regolarità e le costanti, all’interno di un impianto teorico molto originale, dal percorso particolare. Parafrasando Hirschman, autore di “Retorica dell’intransigenza” - uno studio sul linguaggio delle opposizioni politiche estreme - Gambescia osserva che le idee di Accame furono caratterizzate da una forma di pensiero mite, aperta, incentrata sulla tolleranza e sulla riflessione. Una “retorica della transigenza” appunto, che trovava nelle sue grandi doti di ironia uno strumento prezioso e un elemento di equilibrio.
Come tanti altri intellettuali e politici permeati dalla subcultura fascista, dopo Mussolini anche Accame è un “esule in Patria”, e subisce una “integrazione passiva” nell’Italia repubblicana. Egli appartiene tipicamente all’area del “fascismo di sinistra”, ma – contrariamente agli altri – evita di restare ghettizzato nella “caverna platonica” dell’isolamento e della chiusura mentale. Scriverà in seguito: “Sono rimasto fedele alle scelte giovanili per senso dell’onore, per lealtà verso tante persone per bene che ci hanno lasciato la pelle, sento ancora il dolore della guerra perduta, ma non mi sento prigioniero del passato”.
Accame respinge il giacobinismo, poiché diffida degli eccessi di razionalità, che portano all’imposizione di un progetto prestabilito, calato dall’alto dal demiurgo di turno. E’ la “sottile vena ironica” lo strumento che salva l’intellettuale dal dogmatismo, e gli consente di analizzare con spirito critico anche le vicende storiche più drammatiche. Accame possiede “un sovrappiù di moderazione”, la sua “retorica della transigenza” lo spinge a resistere al processo di demonizzazione, tutto incentrato sul conflitto amico-nemico. Dopo avere paragonato l’illuminismo a una bomba atomica e la fusione fra gli elementi nazionale e sociale (Urss compresa) a un’esplosione nucleare, egli scrive: “Ora, dopo una mutazione antropologica che ci ha portati tutti alla cultura della pace, siamo arrivati a qualcosa che assomiglia, sia pure con minore energia, alla fusione nucleare controllata. Ci aggiriamo in un ambito di pensieri deboli (…) la stessa religione della libertà, oggi minacciata di sfiducia e indifferenza astensionistica, è difficilmente proponibile nei termini passionali in cui la proponeva Benedetto Croce”.
In forza di queste analisi, Accame approda a un liberalismo realista, fondato sull’analisi pragmatica del potere, della società e delle forze in campo. L’ascesa politica di Craxi, ad esempio, lo induce a guardare con interesse al nuovo corso del “socialismo tricolore”, nazionale e anti-marxista.
“Il fascismo non può più apparire come un semplice incidente, una ‘parentesi’, ma piuttosto come un ponte: l’esperienza italiana, appunto, del suicidio della rivoluzione. Aggiungiamo: un suicidio che è anche vaccinazione, di cui può approfittare il riformismo”.
In conclusione, Gambescia ribadisce di non aver voluto, con questo saggio, rovesciare alcuna carta intellettuale, per presentare un Giano Accame liberale, dimentico delle sue radici: “Il compito dello stilista storico, che cura di continuo il look ideologico dei pensatori, per adeguarli ai tempi, lo lasciamo con piacere ad altri”.