domenica 21 gennaio 2018

"Il sabba intorno a Israele", di Niram Ferretti

“Il sabba intorno a Israele” è un pamphlet combattivo, che scava a fondo nell'ossessione anti-israeliana, nelle sue nevrosi, nelle sue compulsive coazioni a ripetere. La demonizzazione di Israele è un fenomeno politico-ideologico esteso, dalle ampie connessioni storiche, nel mondo arabo-musulmano ma anche in Occidente. (...)
Sostenuta dal Cremlino e ispirata al più retrivo repertorio della propaganda sovietica, la questione palestinese assume artificialmente le caratteristiche di lotta per la “liberazione dei popoli”, comune ad altri movimenti armati comunisti (e nazionalisti) in varie parti del globo. Nasce così, in nome del terzomondismo, quella “alleanza empia” fra islamismo ed estrema sinistra che dura tuttora, e che costituisce uno degli elementi culturalmente più sconcertanti dello scontro in corso. (...)
“Come possono delle persone che in Occidente hanno passato la loro vita a battersi per i diritti delle donne, degli omosessuali, delle minoranze, per non parlare di secolarismo e pacifismo, fare causa comune con alcuni dei fanatici religiosi più violenti del pianeta?”. 
“Se Israele è il nemico, è perché il nemico è l’Occidente - avverte Ferretti - Parteggiare esplicitamente o implicitamente per un’organizzazione jihadista, significa abdicare ai valori fondanti della democrazia e del liberalismo”.
A questo link, la recensione completa di "Il sabba intorno a Israele", di Niram Fettetti (Lindau), pubblicata sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 10 gennaio.
https://www.ilfoglio.it/libri/2018/01/11/news/il-sabba-intorno-a-israele-172485/

giovedì 21 dicembre 2017

"Come tessere di un domino", di Zigmunds Skujins

Scritto nel ’99, “Come tessere di un domino” è il romanzo storico che più ha contribuito a fare di Zigmunds Skujins, nato a Riga nel 1923, un grande punto di riferimento intellettuale e morale nella Lettonia di oggi. (...)
Il libro corre lungo un doppio binario, uno settecentesco l’altro novecentesco, a capitoli alterni. Indietro nel tempo, un’aristocratica tedesco-baltica, giovane vedova, vaga sulle tracce del marito dato per morto in battaglia, poiché Cagliostro in persona le ha rivelato che in realtà egli vive. (...)
Nell’altro racconto, fortemente autobiografico, tutte le tragedie del ‘900 sono filtrate attraverso lo sguardo ingenuo e incredulo di un adolescente, che assiste sgomento all’avanzare dell’irrazionalità e della follia. (...)
Come è stato scritto, c’è molto Italo Calvino nei personaggi di Skujins: c’è chi torna dimezzato dalla guerra, e ci sono destini che si incrociano stranamente, nell'antica magione alla periferia di Riga. Come due parallele che si incontrano solo all'infinito, anche le due parti del romanzo finiscono per confluire in un finale a sorpresa delicato e commovente. La doppia ambientazione si risolve in una bizzarra saga familiare, e anche la tragedia ebraica avrà un imprevisto supplemento di rappresentazione, sospeso fra giustizia e vendetta. (...)

A questo link, la mia recensione completa di "Come tessere di un domino", di Zigmunds Skujins (Iperborea) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 20 dicembre.
https://www.ilfoglio.it/il-foglio-internazionale/2017/12/20/news/come-tessere-di-un-domino-zigmunds-skujins-una-fogliata-di-libri--169803/

sabato 16 dicembre 2017

"Il personalismo musulmano", di Mohammed Lahbabi

Esiste un personalismo musulmano? Esiste cioè, nella teologia islamica, un elemento costitutivo e fondante, non secondario, che tuteli in modo forte e decisivo non solo la libertà dell’individuo, ma anche l’autonomia della persona – di ogni persona, uomo o donna, ricco o schiavo – la sua complessità, in rapporto agli altri esseri umani, alla società, alle istituzioni pubbliche, alla religione stessa…? Il teologo musulmano marocchino Mohammed Aziz Lahbabi (1923-1993) contemporaneo dei “nostri” Mounier, Lacroix, Maritain, fondatori del personalismo cristiano, sostiene di sì. (...)
Ciò premesso, occorre affermare con forza che le argomentazioni di Lahbabi non appaiono convincenti. La citazione coranica “Non c’è costrizione in religione” viene riproposta del tutto avulsa da qualsiasi riscontro storico e fattuale, così come molte altre. (...)
L’autore stesso riconosce che “caratterizza fortemente l’Islam una certa tendenza al totalitarismo, all’unicità (…) Nell’Islam non c’è nessun clero, né la distinzione tra religioso e laico: l’Islam è totalitario, è cioè una religione sacrale nel senso che è indivisibilmente fede, pratica religiosa e comunità temporale”. Di conseguenza, rispetto allo Stato moderno, Lahbabi dichiara di prediligere nettamente il Califfato. Lo Stato infatti spersonalizza i popoli e distrugge l’autonomia degli individui, “al contrario, il Califfo non è investito da alcuna forza particolare: egli è il luogotenente di Dio, tanto che si sottomette alla Legge del Corano e della Sunna”.(...)
Quelli che sognano una modernizzazione dell’Islam, possono continuare ad aspettare.

A questo link, la recensione completa de "Il personalismo musulmano", di Mohammed Lahbabi (Jaca Book) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 29 novembre. 
https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2017/12/16/news/il-personalismo-musulmano-aziz-lahbabi-una-fogliata-di-libri-169217/

domenica 10 dicembre 2017

“L’insulto” è un film di buoni sentimenti. Antisemiti.

“L’insulto”, nelle sale in questi giorni, è un buon film, ben diretto e ben recitato, pieno di buoni sentimenti, tranne uno: l’odio verso gli ebrei.
Ambientato a Beirut, è incentrato su un processo che vede contrapposti un arabo cristiano e un palestinese. Da un banale diverbio nasce un insulto: “Sei un cane!”. Basterebbe chiedere scusa, invece arriva anche un pugno. Si va in tribunale, poi ancora in appello. Perché i due protagonisti non riescono a rappacificarsi, e neppure a comunicare? Perché entrambi hanno sofferto troppo – è la tesi del film - per i torti e le ingiustizie patite. Il dramma, in un crescendo incalzante, rivela fatti ed episodi storici che riemergono dal lontano passato.
Si scoprirà che nel ‘70, in Giordania, il palestinese dovette assistere alla brutalità con la quale l’esercito regolare liquidò i miliziani dell’Olp, con migliaia di vittime anche fra i civili. E che pochi anni più tardi, nel 1976, il cristiano maronita era un bambino quando fu fatta la pulizia etnica del suo villaggio, all’inizio della lunga e sanguinosa guerra civile libanese.
Per questo i due protagonisti (il primo sembra un leghista cattivo, il secondo un immigrato buono) tuttora si odiano: fanno fatica a perdonare e a comprendere appieno il dolore dell’altro. A ben vedere, in fondo all’animo, sono tutti buoni. Tutti, tranne gli ebrei.
Il film inneggia alla convivenza pacifica, alla comprensione reciproca, al dialogo, alla solidarietà umana: ma solo fra arabi. Tutto questo, per gli ebrei non vale. Quando l’avvocato cristiano vuole denigrare i palestinesi, dice: “Sono carnefici che vogliono atteggiarsi a vittime, e sappiamo bene da chi hanno imparato…!”. Quando scoppiano disordini di piazza, si vede un manifesto in cui il querelante cristiano è ritratto con cernecchi, cappello e cappotto neri. Questa è l’ingiuria: ebreo. Quando in aula si alza il tumulto, qualcuno dal pubblico grida all’avvocato. “Cane sionista!” e solo allora lui perde le staffe e si avventa contro l’insultatore, trattenuto a stento da poliziotti e amici. E per colmo dello sfregio, sull’officina del protagonista arabo cristiano qualcuno traccia, di notte, la Stella di Davide.
L’elenco sarebbe lungo, ma fermiamoci qui. Solo una domanda: tutte le belle parole del finale, l’invito a capirsi, a condividere la sofferenza altrui, al dialogo, alla comprensione, alla capacità di chiedere scusa e di perdonare, tutto questo…. per gli ebrei non vale?

Questo film arabo-pacifista rievoca i bei tempi andati, il Libano di una volta, la “Svizzera del Medio Oriente” pluralista e neutrale. Ma non dicendo tutta la verità, in realtà mente. Piacerà molto in Europa.

lunedì 27 novembre 2017

"La priorità, per Israele, è rappresentata dalla minaccia iraniana"

«Io sono ateo, non ne ho mai fatto mistero. La mia passione per questa causa non nasce da un particolare interesse per l’ebraismo, bensì dall'esigenza tutta politica di difendere l’unica oasi di democrazia del Medio Oriente allargato, una regione in cui i diritti civili sono inesistenti. È un grande onore per me essere stato eletto presidente dell’UDAI». (...)
Gli europei non conoscono né la storia di Israele né la geografia del Medio Oriente, per non parlare della complessa situazione politica dell’area, in continuo mutamento. Si tratta quindi per noi di far conoscere la realtà di Israele al di là di come viene vissuta nell'immaginario collettivo occidentale. Abbiamo il dovere di raccontare Israele non solo per le sue eccellenze, ma anche nella sua vita quotidiana, all'interno di una dimensione democratica. Insomma, si tratta di smontare pregiudizi e luoghi comuni... (...)
La vera priorità, per Israele, è rappresentata dalla minaccia iraniana e dall'espansionismo sciita, la cui area di influenza arriva direttamente fino al Mediterraneo. Un potere immenso, mai avuto prima d’ora dagli sciiti. (...)

A questo link, il testo integrale della mia intervista a Mosaico, il bollettino della Comunità ebraica milanese.
http://www.mosaico-cem.it/comunita/insider-associazioni/litta-modignani-laico-non-ebreo-combattero-difendere-israele-la-sua-legittimita-esistere

mercoledì 8 novembre 2017

"La mia stagione è il buio", di Cristina Caloni

Dice qualcosa e merita attenzione il breve romanzo d’esordio di Cristina Caloni (1978) ambientato fra l’Italia e Londra. “La mia stagione è il buio” è incentrato sulla personalità dissoluta e schizoide di Julian, personaggio ispirato alla vicenda dolorosa e tragica di un amico dell’autrice, prematuramente scomparso.
Il protagonista ci avverte alla prima riga: “Fuggire da me stesso è stato sempre il mio passatempo preferito”. Perciò stentiamo a credergli, quando si autoproclama “assassino seriale”, a maggior ragione se lo vediamo assistere, seminascosto, al proprio funerale. “Vi saluto, sono morto. (…) Questo racconto è un epitaffio sarcastico”, spiega. (...)
La seconda parte del romanzo ha per scenario una Londra colta e sofisticata. Julian improvvisa un party elegante e affollato, in cui questo misterioso italiano, padrone di casa, si fa trovare al pianoforte ed esercita sulle donne ospiti un fascino irresistibile. Prima del loro arrivo, del resto, si era già strapazzato la cameriera. (...)
Quella di Julian è una lucida follia, le sue parole non resteranno prive di conseguenze: “E’ assurdo pensare che chi uccide sia pazzo, spesso è soltanto cattivo o molto razionale, come me: la gente non riesce ad accettare questa verità”.

A questo link, la mia recensione completa di "La mia stagione è il buio", pubblicata sul quotidiano Il Foglio di martedì 7 novembre.
http://www.ilfoglio.it/libri/2017/11/07/news/la-mia-stagione-e-il-buio-161855/

lunedì 6 novembre 2017

"L'uomo che voleva uccidere Hitler"

Claus von Stauffenberg non era affatto un progressista, e forse neanche un democratico. Era un ufficiale della Wehrmacht, tipicamente di origine aristocratica, nel solco della grande tradizione prussiana e guglielmina. Ai suoi occhi, la Repubblica di Weimar non fu altro che un periodo di debolezza e disordine. Guardava con distacco al nazismo. Le offensive in Polonia e in Francia gli parvero un riscatto dovuto, rispetto all’iniquo trattato di Versailles. Solo più tardi, di fronte agli orrori, agli eccidi, ai crimini del nazismo e alle follie di Hitler, l’ufficiale si rese conto di come il suo “dovere” fosse ben altro. (...)
La fortuna non premia i congiurati. L’ufficiale riesce a innescare una sola delle due cariche esplosive; la riunione si tiene non nel bunker ma in una baita in legno; la borsa con l’esplosivo viene casualmente spostata; quattro uomini muoiono nell’attentato, ma Hitler è solo leggermente ferito; a Berlino, l’operazione Valchiria parte con un leggero ritardo, sufficiente però a far sapere che il Fuhrer è vivo.
L’estremo tentativo del popolo tedesco di scindere il proprio destino da quello, ormai segnato, del regime nazista, è fallito. Stauffenberg non salverà l’onore della Germania, ma solo il proprio, insieme a quello di migliaia di oppositori che saranno fucilati nei mesi successivi. Se l’attentato fosse riuscito, ci ricorda Peter Stenbach, 20 milioni di vite umane sarebbero state risparmiate.
A questo link, la mia recensione completa di "L'uomo che voleva uccidere Hitler", di Peter Steinbach, pubblicata su Il Foglio di mercoledì 25 ottobre.
http://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2017/11/06/news/l-uomo-che-voleva-uccidere-hitler-161612/