sabato 14 marzo 2026

"2126. Il futuro degli ebrei", AA.VV. (Edizioni Sopher)

Qui di seguito, la mia recensione di "2126. Il futuro degli ebrei", AA.VV. (Edizioni Sopher) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di ieri, venerdì 13 marzo.

“Dopo i disordini di New York e di altre città americane del 2035, il nuovo rabbino del gruppo Satmar decise di far emigrare i suoi adepti a Salt Lake City per metà, e a Hevron Yehudah per l’altra metà. Più di duecentomila Satmar piombarono sulla città americana, riempiendola di sinagoghe e di scuole. E più di duecentomila fra ebrei chassidici e sionisti cristiani costruirono le loro case non lontano dalla Tomba di Abramo, dove una guarnigione americana aveva da qualche anno sostituito le truppe israeliane”.

Cinque studiosi, quattro dei quali autorevoli esponenti della comunità ebraica italiana, si cimentano in un’impresa ardua e rischiosa, accettando la sfida di immaginare quale possa essere il futuro degli ebrei da qui a cent’anni.

“2126. Il futuro degli ebrei” (Edizioni Sopher) è un saggio interessante, non provocatorio, misurato nelle previsioni ma molto serio e rigoroso nelle analisi. I cinque co-autori prendono in carico, ciascuno, un singolo aspetto della poliedrica realtà ebraica, proiettando nel futuro alcune delle tendenze attualmente emergenti nel campo della religione, del popolo, dell’antisemitismo, del mondo nel suo complesso e dell’ebraismo in particolare.

Dall’Editto di Granada all’affare Dreyfus, l’antisemitismo ha dimostrato una straordinaria capacità proteiforme, avvertono gli autori nella prefazione: esso non si presenta più con i tratti caricaturali del passato. Spesso si maschera da antisionismo assoluto, o da relativizzazione sistematica della memoria della Shoah. 2126 mostra di prendere molto sul serio questa lezione. “Il futuro immaginato dal titolo non è dunque una profezia, ma un orizzonte etico (…) In filigrana, il libro suggerisce che la sopravvivenza non è soltanto biologica o militare, ma simbolica”.

La religione ebraica è in continua evoluzione, spiega Riccardo Di Segni nel primo capitolo. A partire dall’800 il tema nazionale e politico è entrato “in tensione” con quello religioso. “Fin dalle origini, nel popolo ebraico vi sono stati gruppi fortemente religiosi e osservanti e altri assolutamente no, con tutti i gradi intermedi e non si vede perché non dovrà essere così fra un secolo”, afferma Di Segni, anche se “tra un secolo la religione sarà articolata in gruppi di pensiero diversi”.

Chi, il primo novembre del 2022, avrebbe potuto immaginare cosa sarebbe successo il 7 ottobre dell’anno seguente? si chiede Sergio Della Pergola. Un governo che prometteva più sicurezza e il controllo dei prezzi si è scontrato con un’orribile realtà, come infinite altre volte nel passato del popolo ebraico. “La questione che ci poniamo, guardando ai prossimi cento anni, allora diviene: è possibile sopravvivere in quanto popolo ebraico, senza pagare prezzi assurdi e insostenibili come in passato?”. Oggi in Israele, osserva ancora il demografo, vive il 46% degli ebrei del mondo, ma nel 2035 dovrebbe avvenire lo storico sorpasso sugli ebrei della diaspora. In Israele, la percentuale di haredim dovrebbe raddoppiare dall’attuale 15 fino al 30 per cento entro il 2050, con conseguenze radicali nei settori dell’economia e della difesa.

L’antisemitismo è una patologia che appartiene alla storia dell’irrazionale, nota Francesco Lucrezi. “L’antisemita non solo è malvagio, non solo è stupido, è anche un soggetto disturbato mentalmente”. Per questo non si deve parlare di “cause scatenanti”, semmai di pretesti. L’antisemitismo è una specie di religione, o di superstizione, ispirata a un “Dio dell’Odio”: sicuramente fra cento anni ci sarà ancora.

Per descrivere il mondo del futuro, Emanuele Calò cita Borges, Jules Verne, Derrida e altri ancora. Se le forze irrazionali dovessero erodere i sistemi democratici, le autocrazie potrebbero non limitarsi all’attuale guerra ibrida, ma “cercare di assestare il colpo finale” mediante il ricorso alla guerra aperta. Oggi assistiamo attoniti al coinvolgimento delle scolaresche negli odi mediorientali: è un tratto distintivo del totalitarismo.

E il futuro dell’ebraismo? La parola conclusiva spetta a Luciano Tagliacozzo:

“Così si alzarono due funzionari, uno era il Segretario delle Nazioni Unite, l’altro era nel Consiglio di Sicurezza. Scesero dal Palazzo, e attraversando Mahaneh Yehudah andarono verso la Nuova Sede delle Nazioni Unite, a Gerusalemme. Il futuro?, chiese uno di loro. Il Rebbe rispose: Il futuro del futuro ci è ignoto, ma noi Israele e le Nazioni ci saremo sempre. Può essere che ce la faremo”.

L'ospite regale, di Henrik Pontoppidan (Iperborea)

Qui di seguito, la mia recensione di L'ospite regale, di Henrik Pontoppidan (Iperborea) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 11 marzo.

Arnold ed Emmy sono una coppia apparentemente serena. Vivono in uno sperduto paesino isolato nella landa danese. Lui è medico, la moglie si occupa dei tre figli ancora piccoli. Quando hanno dovuto lasciare Copenhagen per trasferirsi in campagna, sei anni prima, a lei si sono riempiti gli occhi di lacrime, ma poi si è adattata di buon grado alla felicità domestica, allietata dall’arrivo della prole.

Nella vita tranquilla e monotona dei due coniugi, in un pomeriggio di carnevale, fa improvvisamente irruzione un ospite inatteso. Vittima di un banale imprevisto, si presenta alla porta un bizzarro personaggio, cerimonioso e facondo, che si scusa per l’invadenza e promette di andarsene quella notte stessa: si fermerà solo poche ore.

Il comportamento dell’intruso è spiazzante. I suoi modi sono impeccabili, anzi fin troppo ossequiosi, ma davvero stravaganti: per una ragione che vuole mantenere riservata, l’ospite non intende presentarsi, e propone ai suoi sbalorditi interlocutori di allestire una cena sontuosa, in abiti eleganti. Del resto, è carnevale, no? Egli dunque chiede di essere chiamato “Principe Carnevale”. Arnold è imbarazzato, indeciso, non trova la forza di mettere alla porta l’intruso, come invece gli suggerisce la moglie. Anzi, prima lui poi lei si fanno contagiare dall’entusiasmo del visitatore, e stanno al suo gioco. Lei, lusingata, indosserà il suo vestito rosa più bello, da principessa, mentre lui sale in soffitta a rispolverare il frac.

Chi sarà mai l’ospite sconosciuto? Quali segreti si celano dietro alla sua artefatta cordialità? Ma soprattutto: quale sarà l’epilogo di questo strano incontro?

“A differenza di Arnold, che era un po’ annebbiato, reggeva benissimo il vino. Il colore delle guance gli si era fatto solo un po’ più intenso e la malizia nei chiari occhi caprini risultava un po’ più evidente. Sembrava un vecchio satiro, così sorridente con la bocca color dell’uva e i riccioli scuri, un po’ ingrigiti, intorno alla lucente calvizie, come un’autunnale corona di pampini”.

L’ospite regale (1908) è un romanzo breve, di forte simbolismo religioso, il cui autore Henrik Pontoppidan (1857-1943) fu premio Nobel per la letteratura nel 1917. Scritto in piena decadenza, il testo riflette un periodo di forte crisi dei valori tradizionali e famigliari, riprendendo il mito biblico della tentazione e della caduta.

Nel romanzo è presente un evidente richiamo a Mefistofele e al demone beffardo del Faust goethiano, scrive Fulvio Ferrari nella postfazione. “All’immagine del diavolo si sovrappone poi quella di Pan, il dio dei satiri che viene a risvegliare desideri negati e rimossi”.