Qui di seguito, la mia recensione di L'isola, romanzo di Sandro Marai (Adelphi) pubblicata sul quotidiano Il Foglio di ieri, mercoledì 19 febbraio.
Quasi
contestualmente all’uscita di Confessioni di un borghese,
l’autobiografia in forma di romanzo di Sandor Marai, Adelphi ripubblica anche
quest’opera minore del grande scrittore ungherese. L’isola (1934) è un
romanzo difficile, introspettivo, così come chiuso e sofferente è il suo
protagonista, Viktor Henrik Askenasi, un maturo e stimato docente di filologia
in vacanza sulla costa dalmata, alla ricerca di “un posto tranquillo”, per tentare
di riprendersi dal violento sbandamento psicologico ed emotivo in cui è
precipitato.
L’intera
prima parte del libro, a tratti incomprensibile, costituisce una sorta di lunga
ambientazione, dove il personaggio principale e alcune comparse si muovono in
un’atmosfera rarefatta, resa insopportabile dal caldo afoso e soffocante.
Dopo
oltre 60 pagine, la svolta: Askenasi si rende improvvisamente conto (e con lui
il lettore) della realtà che lo paralizza. “Giacque a lungo così, a occhi
aperti. Poi, come se stesse dettando la propria confessione alla polizia, in
tono netto e deciso pensò, sbarrando gli occhi nel buio: Ormai è emerso con
certezza che, malgrado le mie migliori intenzioni, non riesco a vivere senza di
lei. Che peccato”.
Cioè
che risulta chiaro al lettore, risulta insostenibile per il personaggio. Questi
ricorda, si interroga, si infervora, divaga, ricostruisce con ritmo rapsodico
la propria ribellione alle regole della società e alla religione della
famiglia. Askenasi ha trasgredito le leggi non scritte del decoro e della
decenza, errori che pagherà dapprima con la perdita degli affetti, poi con la
riprovazione generale, infine con una solitudine pericolosa e gravida di conseguenze.
Nessuna via di fuga è realisticamente praticabile, perché alle sue domande
esistenziali non vi è risposta alcuna.
“Viaggiare,
immergersi nella ricerca, lavorare più alacremente, cambiare clima, cercare
distrazione e compagnia sono tutte cose che non servono. La metodicità è poco
affidabile, Verosimilmente un approccio metodico alla guarigione non esiste. Anche
la morte è un evento individuale, arbitrario, che sfugge a ogni metodo”.
Per
ben tre volte, nel corso del romanzo, Askenasi rimane muto, come paralizzato, dolente
e silente di fronte ai suoi sorpresi interlocutori: davanti alla donna che sta
per diventare sua amante, poi al cospetto della moglie tradita, infine di
fronte a un frate incontrato per caso nella vigna sul retro di una chiesa – evidente
metafora dello sguardo severo di Dio che lo interroga, e che gli suscita una
reazione inconsulta, un gesto di rabbia e disperazione.
Askenasi è perduto quando constata che nessun appagamento è possibile. “Non è la bontà a riscattare l’uomo, si ripeté lentamente, bensì il delitto”.