Qui di seguito, la mia recensione di "Tiro al piccione", di Guido Salvini (Pendragon) apparsa sul quotidiano Il Foglio di mercoledì 21 gennaio.
“Di
certo il prestigio della magistratura è ai minimi storici (…) Come ci si può
affidare a un corpus di funzionari che è tutti i giorni sulle cronache
giudiziarie dei giornali per le sue lotte interne senza esclusione di colpi?
(…) Chi può avere fiducia in magistrati divisi in cordate i cui principali
esponenti sono affacendati senza sosta a trafficare in raccomandazioni e anche
peggio?”.
Con
il suo nuovo libro, Guido Salvini farà di certo zompare sulla sedia parecchia
gente. Nessuno potrà dire che si tratta del solito “attacco scomposto alla
magistratura”. Al contrario, Tiro al piccione (Pendragon, 328 pagine) è
un libro di verità, scritto da un magistrato assiduo fino ai limiti dello
stakanovismo, un uomo integerrimo che ha molto dovuto soffrire e lottare in
difesa del suo operato e della sua reputazione.
Salvini
racconta i 40 anni di vita spesi nel Palazzo di Giustizia di Milano, al centro
di alcune delle inchieste più importanti nella storia dell’Italia contemporanea.
I
lettori del Foglio troveranno in queste pagine poche sorprese ma molte amare
conferme: una su tutte, la consapevolezza che la magistratura organizzata ha
rappresentato spesso un ostacolo all’accertamento della verità, in molte
importanti inchieste. I giustizialisti invece si mangeranno le mani dalla
rabbia, vedendo ruzzolare nella polvere vari falsi miti. Vedremo se e come i chiamati
in causa reagiranno, o se sceglieranno il silenzio. Per non essere fraintesi: in
questo libro si parla di Borrelli, D’Ambrosio, Casson, Ferrarella e molti altri
ancora.
Nel
corso dei decenni, le accuse mosse nei confronti di Salvini sono state numerose
e dure, nello scoperto tentativo di distruggerlo professionalmente e
moralmente. Nella ricostruzione dettagliata dei fatti, spiccano tre principali
attacchi: la richiesta al Csm di un provvedimento disciplinare per
“incompatibilità ambientale” (“Mi hanno portato via sette anni di vita, ora non
possono più convocarmi per torturarmi”); una querela per diffamazione da parte
di un generale dei Carabinieri, nel tentativo maldestro di coprire le gravi responsabilità
dell’Arma nel delitto Tobagi; infine a posteriori, quando già si è ritirato in
pensione, l’articolo falso e mistificatorio pubblicato con grande evidenza sul
Corriere della Sera, a firma del Principe dei Cronisti Giudiziari, indispettito
per essere sempre stato trattato al pari degli altri. Un attacco subdolo e vendicativo,
anche questo finito in una bolla di sapone.
In
tutte e tre le circostanze, un uomo retto, dal carattere forte e mite, ha avuto
la meglio sulla meschinità di chi gliela aveva giurata.
Alla
vigilia del referendum, tutti gli italiani dovrebbero leggere questo libro: “L’introduzione
di una fase di sorteggio (…) annullerebbe in gran parte la quasi esclusiva
espressione e controllo delle correnti nei confronti degli eletti e quindi del
Csm nel suo complesso”.